Qualcosa di stupido

3 dicembre 2007
di Parole

di Simone Ghelli

Ero seduto ad un tavolo, con la mia birra ed un piattino pieno di stuzzichini. Avevo dovuto aspettare un bel po’ prima che quel tavolo si liberasse, ma ero sereno, perché se i soldi ti bastano a malapena per una bevuta il tempo si vorrebbe vederlo volare. Era l’ora dell’aperitivo, ma io sarei passato volentieri alla cena senza preamboli. Però dovevo attendere Virginia che stava sostenendo un colloquio di lavoro con il padrone del locale. Glielo avevo promesso che l’avrei accompagnata.
Ecco perché stavo là. Loro due si erano chiusi in una stanza giù in fondo, ma non ero nervoso. Avrebbe fissato le sue curve come facevano tutti, niente di più. C’ero abituato allo sguardo dei maschi, così bene che avrei potuto fare la femmina anch’io. Nell’attesa osservavo i gruppi di ragazzi intorno, gente che deglutiva e parlava allo stesso tempo, gente beata nella frenesia del nulla. Li guardavo e mi sentivo un po’ come questi tardoni che bazzicano i bar in cerca di selvaggina fresca. Sempre a parlare di dove sono arrivati, di cosa fanno, e poi a controllare ogni cinque minuti se qualcuno li ha chiamati sul cellulare. Non capisco cos’è che gli manca a queste persone qua, ma si vede che ne hanno bisogno.
Comunque ad un certo punto è entrato questo vecchietto con l’ombrello ed una faccia tutta soddisfatta, come se tutti i problemi del mondo fossero rimasti al di fuori del locale. Ecco un bel diversivo per questi furbi, ho pensato subito. Si vedeva che ridacchiavano tutti sotto i baffi, a parte la ragazza del bancone che sembrava conoscerlo bene. Probabilmente ci capitava spesso da quelle parti, perché aveva l’aria di sapersi muovere ad occhi chiusi. Era in cerca di un po’ di compagnia, come tutti noi, soltanto che poteva sembrare un po’ strano, perché era proprio anziano e poi girava per i tavoli sorridendo a tutti e fissando i bicchieri. Quando si è avvicinato a me, dopo aver appeso il suo ombrello al chiodo sulla parete di fronte, gli ho chiesto se gradiva qualcosa.
Sono fatto così, anche se non ho un soldo mi piace fare la figura del signore.
Lui mi ha guardato con aria divertita ed ha scosso la testa. Si capiva che aveva perso tutti i denti, perché quando ha sorriso le sue labbra si sono piegate come la pelle morbida di un neonato. Ha passato tutto il tempo a girellare tamburellando sul legno dei tavoli che sfiorava al suo passaggio, ma non dava proprio fastidio a nessuno. Magari non era neanche matto come poteva sembrare. Magari aveva una casa ed una famiglia ed un lavoro importante a cui tornare.
Ho continuato ad osservare quel suo buffo modo di avvicinarsi ai clienti, finché Virginia non è tornata e ci siamo messi a parlare di come gli era andata. Mi disse che l’avrebbero presa in prova dalla sera successiva. Era contenta, perché se fosse andata bene con quei soldi ci avrebbe pagato l’iscrizione all’università. Ogni sera insisteva con la storia che non voleva più dipendere dai propri genitori. Io gli ripetevo che era proprio così che dovevano andare le cose a vent’anni. Guardai le sue forme sotto l’abito aderente e mi venne voglia di spogliarla proprio là, davanti a tutti. Ma a lei era venuta una gran fame, perciò la portai fuori a vedere il vecchio che si era messo a dare spettacolo per strada. Andava incontro ai passanti con quel sorriso stampato in faccia, come se li conoscesse, ma poi li spaventava roteando quel suo inutile ombrello.
Alcuni indicavano il cielo limpido e si toccavano la testa con l’indice. Virginia premeva la bocca contro la mia spalla per soffocare le risa, e mi spingeva verso la fermata dell’autobus che ci avrebbe riportati a casa. Ecco che l’appetito le era già passato. Bastava un niente per eccitarla, ma a vent’anni è così che succede. Sulla via del ritorno, mentre le accarezzavo la pelle screpolata sopra le ginocchia, pensai che l’indomani avrebbe piovuto.
Una cosa proprio stupida in un momento come quello.


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