Vendetta

31 dicembre 2007
di Parole

di Ilaria Mazzeo

Uno scossone del treno la svegliò da un sogno confuso, in cui sua zia la rimproverava a proposito delle dimensioni della cucina della sua nuova casa: troppo piccola, diceva.
Aprì gli occhi e li vide, per la prima volta dopo cinque anni: grandi, maestosi, dai tronchi assurdamente elaborati, gli ulivi che aveva sempre amato erano di nuovo lì, davanti a lei, così vicini che avrebbe quasi potuto toccarli.
E allora, nonostante tutto, una gran pace la invase. La luce del primo mattino inondava lo scompartimento vuoto, una luce di un’intensità impressionante, specie se paragonata a quella di Milano.
Si trovò a pensare oziosamente, per la miliardesima volta da quando era nell’età della ragione, a come avrebbe potuto essere la sua vita, se avesse potuto trascorrerla lì, vicino a quella terra grassa e marrone, al mare incredibilmente limpido, a tutti i suoi parenti. Una vita diversa, forse più monotona, ma anche più tranquilla, e meno solitaria.
E ora sua zia era morta. Erano cinque anni che le parlava solo per telefono, e proprio adesso che si era decisa a passare le sue vacanze di nuovo laggiù, per rivedere lei ed il resto della famiglia, una bella mattina d’estate le avevano comunicato che un attacco di cuore se l’era portata via, nel sonno, una cosa improvvisa, ma lei certo non si era accorta di nulla, non aveva sofferto. Una magra consolazione.

Il treno entrò finalmente in stazione, e lei scese nella luce abbacinante del mezzogiorno. Faceva molto caldo, ed il vestito che aveva indosso era nero, e troppo pesante. Respirò a fondo l’aria profumata di mare, distinguendo quasi subito, in mezzo alla folla, la figura slanciata di sua cugina Marianna. Si abbracciarono in silenzio, poi si fecero strada tra i vacanzieri spensierati, fino alla macchina. La carrozzeria scottava ed il sole spietato rendeva sfumati i contorni delle cose e delle persone.

“Sei stanca?”, le chiese Marianna, parlando per la prima volta.
“No”, rispose.
“Il funerale è alle tre”.
“Non è un bell’orario, considerando che è luglio”.
“E’ vero, ma non si è potuto fare altrimenti. Tua madre non viene?”.
“No, è in Argentina e non c’erano posti sugli aerei fino a domani”.
Viaggiavano coi finestrini spalancati, ma era come avere un phon acceso puntato in faccia.
“Sono contenta che tu sia venuta”, disse Marianna dopo una pausa. “Ma avresti dovuto prendere l’aereo, fare un viaggio così lungo in treno è stato imprudente.”
“Volevo bene alla zia. Mi spiace di non averla potuta rivedere almeno un’ultima volta”.
“Anche lei era dispiaciuta di non vederti da cinque anni”. Esitò, poi disse: “Credo che al funerale ci sarà anche Luca”.
Lei si strinse nelle spalle, sorridendo.

***

Si alzò da tavola di malumore, per via della bistecca che non era stata cotta come piaceva a lui: era troppo al sangue, e tutto quel rosso nel piatto gli faceva schifo. Si diresse verso camera sua con l’idea di buttarsi sul letto e restarci fino a sera, quando sarebbe uscito per il solito giro con gli amici, ma la voce stridula di sua madre lo richiamò all’ordine:
“Luca, preparati, il funerale è alle tre”.
“Che funerale”, disse lui bloccandosi sulla soglia, ma senza voltarsi.
“Quello della signora De Siati”.
“E’ proprio necessaria la mia presenza?”.
“Luca!”, gridò sua madre scandalizzata, tanto che persino il padre alzò gli occhi dal giornale.
“Ho capito, vado a vestirmi”, sospirò lui, uscendo dalla sala da pranzo.
Fare finta di nulla non aveva funzionato, doveva andare, e, per un attimo il pensiero che forse l’avrebbe rivista ancora una volta lo bloccò davanti all’anta dell’armadio spalancata. Ma passò subito: fischiettando andò a lavarsi i denti, sperando che il funerale durasse il meno possibile, così che magari avrebbe potuto dormire un po’, prima di sera.

***

La chiesa le sembrò diversa da come se la ricordava, come se il tempo l’avesse rimpicciolita; inondata di sole com’era, pensò che fosse inadatta ad un funerale. E in effetti era lì che si sarebbe dovuta sposare con Luca, cinque anni prima. Invece, lui l’aveva lasciata. Era una storia dolorosa e banale come mille altre, pensò lei per l’ennesima volta, sedendosi in uno dei primi banchi accanto alle sue cugine, e cercando un po’ di refrigerio nello sventolio del foglietto della Messa.
Una frase le girava in testa dalla mattina, ossessiva e fastidiosa come i mosconi entrati dalle finestre aperte nelle sere estive: “La nostra festa è ogni giorno, ma comunque auguri amore mio”. Gliel’aveva detta o scritta Luca, diverse ere glaciali prima, forse per un San Valentino, o per uno dei loro sette anniversari. Nonostante il caldo, un brivido d’odio la scosse.

Intanto, le navate andavano riempiendosi.
Luca entrò, ed il suo sguardo vagò per un attimo tra i primi banchi, nel timore, o nella speranza, di scorgere lo stretto chignon corvino che una volta, secoli prima, aveva significato qualcosa per lui. Non la vide, la confusione era troppa; meglio così, pensò, richiamando alla mente l’ultima immagine di lei di cui avesse memoria: mortalmente pallida e come ripiegata su se stessa, era il ritratto della sofferenza, una sofferenza causata da lui.
In un angolo della sua coscienza Luca provava un vago sentimento simile al senso di colpa, ma era sempre stato il compiacimento per il potere che aveva esercitato su di lei a prevalere.
Quella poveretta, così delusa, smagrita, sconfitta, non era proprio presentabile, pensò.
Con l’intento di andare a mettersi dietro una delle colonne in fondo, e lì aspettare fino alla prima occasione buona per svignarsela, attraversò la navata, ma proprio quando fu a metà, senza alcun motivo si voltò.

A pochi passi da lui, in piedi di fronte all’altare, lei lo guardava; nei suoi occhi Luca lesse una specie di disgusto divertito, e allora, del tutto inopportunamente, le sue gambe si mossero come quelle di un burattino tirato da fili invisibili, portandolo da lei, davanti all’altare dove, ricordò improvvisamente, avrebbero dovuto unirsi per sempre.
“Ciao”cominciò, poi balbettò: “Sono contento di vederti… cioè no, mi spiace per tua zia, e anche per tutto il resto, però lo sai, ti ricordi, no?, che non si poteva fare altrimenti e…”. S’interruppe, lei continuava a fissarlo con uno strano sorriso sulle labbra.
Allora si fece un gran silenzio, gli parve, e lei, con la sua voce chiara, gli disse:
“Il cartellino l’hai timbrato, ora vattene”.
Nel dirlo si portò una mano al ventre, lui abbassò lo sguardo per seguire il gesto e, sotto l’ampio vestito nero, vide il pancione che, certo, doveva essere la causa di quel sorriso che le illuminava il volto, e che a tutta prima gli era parso inspiegabile; eccola, la prova tangibile che lui, Luca, era stato definitivamente cancellato dalla sua vita, archiviato nella cartellina grigia e impolverata degli errori irreparabili, seppellito con sollievo nel limbo sconfinato del passato remoto, e lì riposi in pace nei secoli dei secoli.
Amen.
Fu in quel momento che le campane suonarono a morto, e lui sentì un’improvvisa, irresistibile ondata di nausea salirgli dallo stomaco, come se fosse stato lui ad aspettare un bambino, pensò assurdamente; allora corse fuori e, sotto lo sguardo scandalizzato di alcune devote nerovestite, vomitò il pranzo in una delle eleganti fioriere che ornavano il sagrato, nella luce abbagliante e crudele del primo pomeriggio.


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