Tre gru

31 marzo 2008
di Parole

di Alessandro Boni

Tre gru danzano nella stanza
Tre gru volano nella stanza
Tre gru unite da un filo, il filo dei ricordi

A volte hai come la sensazione che il cerchio intorno a te si stia stringendo e che il prossimo debba essere tu, fiuti nell’aria quel non so che, che ti fa pensare che il tuo momento debba arrivare a breve.
Capita.
Ci pensi quando una sera il fratello della fidanzata del tuo collega finisce la sua corsa contro un albero al ritorno dalla discoteca, ci pensi quando un mattino il giornalaio sottocasa muore di infarto mentre alza la saracinesca dell’edicola, ci pensi quando una domenica la tua vicina di appartamento rientra dalla Messa e trova riverso sul pavimento il suo compagno, e il dubbio ti attanaglia quando un lunedì tuo fratello ti telefona in ufficio e ti dice che la nonna si è addormentata e non si sveglierà più, a questo punto, anche se queste cose, di solito, succedono sempre agli altri, ti può nascere l’interrogativo “E se il prossimo fossi io?”.
Era da tempo che il mio bonsai perdeva le foglie in modo anomalo, più del consueto, ingiallivano e tappezzavano il pavimento. Era forse un segno? Io il pollice verde non l’ho mai avuto, anzi, a dire il vero a me le piante non duravano affatto, con tutta la buona volontà che ci mettevo a fine estate avevo il giardino pieno di cadaveri, resti di quei progetti vegetali abbandonati per mancanza di costanza, diciamo che avevo più soddisfazione dai fiori recisi che con un po’ di aspirina nell’acqua mi duravano più del consentito. Il piccolo bosso bonsai invece mi era stato fedele negli anni ed era cresciuto ostentando una folta chioma verde curata e potata sempre con estremo riguardo. Me lo aveva regalato mia zia parecchi anni fa ben sapendo la mia passione per l’oriente, le sue filosofie e il Giappone, del resto la pulce nell’orecchio me l’aveva messa lei. Era stata la zia che quand’ero piccolo mi portava sempre degli animaletti di carta fatti con la tecnica dell’origami, un’infinita serie di piegature ad un foglio ben proporzionato che come per magia si trasformava in giraffa, in cigno, in ranocchio, in airone e in tutto quello che la fantasia e la tecnica ti lasciava immaginare. Ed io con quei piccoli capolavori di carta ci giocavo, li portavo in giardino tra le piante e i fiori, creavo le mie storie e arrivata la sera li facevo ritornare nello scatolone dei giochi, il mio zoo privato. Poi crescendo ho imparato a farli anch’io, ma non sono mai stato molto bravo. Le barchette erano il mio forte e di barchetta in barchetta alla fine ho costruito la mia arca di Noè, una grande barca dove custodivo con cura gli origami che si erano salvati da anni di giochi.
Ma la zia per me non era solo origami, significava qualcosa di più, era speciale. Tra noi si era creato un legame particolare, nonostante trent’anni di differenza, siamo sempre stati due persone sensibili e la sintonia tra di noi era stata subito immediata e intensa. C’è da dire che la zia si era calata totalmente in quel mondo spirituale che il Giappone e la sua cultura rappresentano, si era calata completamente ma non per questo trascurava la sua educazione cristiana e le sue origini contadine, ed era uno spettacolo particolare vederla interrompere i suoi lavori in campagna per fermarsi a meditare o per offrire del tè agli ospiti, mettendo in scena il cha-no-yu, la cerimonia giapponese del tè, con tutto il suo rituale fatto di piccoli gesti lenti dai significati profondi. Rimanevo affascinato da quel modo inconsueto di essere, deciso e apparentemente duro in campagna quanto misurato e delicato quando era impegnata in un’altra sua grande passione, quella della calligrafia. Quella disciplina così seducente che fonde in sé la filosofia del singolo segno che diventa significato e l’armonia del gesto, fluido e morbido, un’azione che appaga tutti i sensi e che rimanda alla bellezze della natura; quell’arte che la zia praticava come filosofia di vita con inchiostri scorrevoli e pennelli morbidi, con gesti lenti ed eleganti che ti restituivano un’armonia cosmica assolutamente affascinate. Ed era proprio l’armonia del gesto, quella danza rituale che eseguiva con le mani, che rendeva magico anche il suo piegare la carta.
Ricordo che un anno al ritorno dall’ennesimo viaggio in oriente la zia mi affidò un dono preziosissimo: un pacco di carta washi, la carta più bella del mondo, un pacco di carta colorata per origami e mi disse di conservarla con cura e di usarla per creare ciò che sentivo col cuore. E così feci. Fu con una rosa di carta washi, simbolo del mio amore, che chiesi a mia moglie di sposarmi e fu una gru di carta washi, simbolo di lunga vita, che posi nella culla di mia figlia alla sua nascita.
Quando la zia se ne andò era una bella mattina di aprile, il sole splendeva tiepido in un cielo azzurro e un vento leggero accarezzava i delicati petali rosa dei ciliegi del suo giardino mentre il mio bonsai era oramai spoglio, secco.
Prima di andarsene la zia mi donò tre gru di carta bianca e mi raccontò che un’antica leggenda giapponese diceva che chi fosse riuscito a fare mille gru con la tecnica dell’origami avrebbe visto realizzarsi un suo desiderio. Non so se quelle tre erano le prime di mille, le mille gru della leggenda, non so nemmeno se compiuta l’opera la zia avrebbe espresso il desiderio di guarire, forse non era quello che voleva veramente, era profondamente convinta che tutte le cose del mondo fossero soggette al deterioramento e che impedire o rallentare il processo andava contro natura. Il suo vivere in armonia con la natura e accettare il trascorrere delle stagioni era per me un segno di grande equilibrio e saggezza.
Una  sera su un muro di Milano lessi queste parole “un foglio bianco è una poesia nascosta”, non so se sia vero solo per gli scrittori che da quel bianco fanno nascere con le loro parole qualcosa che emoziona e che qualcuno può chiamare poesia, non lo so, so soltanto che gli origami mia zia li faceva sempre con fogli di carta bianca, semplici, misurando i gesti e per me quello che nasceva dalle sue mani era e resterà sempre poesia.
Fu con l’ultimo foglio di carta washi rimastomi che feci una gru e la posi accanto al corpo della zia prima che gli addetti del cimitero chiudessero con mattoni e calce la sua ultima casa terrena, un semplice omaggio a chi ha saputo farmi vedere le cose anche da altri punti di vista, un ultimo gesto di riconoscenza per chi resterà sempre nei miei ricordi.
A volte, ripensando a quanto velocemente la zia se ne sia andata via, mi viene da pensare alla morte come l’unica certezza della vita, un evento terribile e inevitabile. Tutti i giorni la gente muore, migliaia di uomini muoiono per le più svariate cause, a volte per caso, così senza preavviso, quando tocca a te non lo puoi sapere, puoi immaginarlo, puoi sentire il cerchio che si stringe forse. Intanto nell’attesa io piego carta, faccio le mie gru, anche se di desideri non ne ho, sono felice così.


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