Ci sono punti, all’interno dei romanzi che valgono la lettura, in cui l’autore, piu’ o meno esplicitamente, racchiude il senso di tutta l’opera. Sono le righe che devi segnarti, che se dovessi descrivere il libro, useresti proprio quelle: “La mia prigione me l’ero scelta da solo, loro non ne avrebbero avuto il coraggio, ne’ tantomeno la fantasia per crearla. Io invece era dai tempi dell’infanzia che me l’andavo costruendo proprio su misura.” Sono questi pochi versi a riassumere (per quanto possa essere possibile) il senso dell’intera vicenda raccontata dal bravo Simone Ghelli. La cronaca lucida e insieme delirante di un’esistenza piu’ volte spezzata, raccontata dal mondo misterioso che si cela dietro la retina di un’anima tormentata, nevrotica, malata della pienezza del mondo e della vita: un ipersensibile che vede, sente, tocca tutto all’ennesima potenza, che assorbe dagli eventi che il destino mescola come carte il triplo di quello che un essere umano potrebbe sopportare, un debole, un ultimo che non vorrebbe rassegnarsi al posto che il mondo ha riservato per lui. Il protagonista del romanzo e’ tutto questo, e la sua storia un’interminabile serie di domande senza risposta, il racconto di una lotta continua e interminabile contro le persone, contro le loro opinioni e i loro (pre)giudizi. Ma la lotta che l’io narrante senza nome sembra ingaggiare e’ piu’ che altro contro gli eventi, le circostanze inarrestabili che contribuiscono al logorarsi della sua vita. E incatenarsi ad un albero come il buon vecchio Jose’ Arcadio di Cent’anni di solitudine non potra’ cambiare le regole che da sempre fanno girare la terra sul proprio asse: i deboli soccombono, sotto la fortuna di quelli che si credono forti. E allora dalla strenua resistenza al destino, che ci si stringe attorno come un cappio, ci si abbandona a cio’ che si e’, a cio’ che gli altri hanno sempre creduto che fossimo. Ma quando tutti ti hanno sempre reputato pazzo, scellerato, strano, il mondo che ti aspetta e’ tutto da scoprire. E’ da questo passaggio che L’albero in catene prende una svolta immaginifico-metaforica tanto inattesa quanto gradita che conduce per mano lettore e protagonista, come corpo e anima di un solo essere, in un iperbolico viaggio al limite del verosimile, prima del malinconico finale. Simone Ghelli, giovane autore livornese di acquisizione romana si arma di una scrittura meticolosa e dettagliata che non sfocia mai nella freddezza ma conserva quel coinvolgimento necessario a far voltare le pagine velocemente pur di arrivare in fondo alla storia. La prosa a tratti onirica alterna momenti di accurata indagine psicologica, a toccanti, continui e inaspettati balzi indietro nei ricordi, nel passato, nelle circostanze che hanno determinato il fragile io del protagonista, e lo fa con disinvoltura, scorrevolezza, senza pretese e senza sbagliare, arrivando dove molte parole e sensazionalismi inutili spesso neanche si avvicinano. Un romanzo che puo’ (e che forse deve) essere letto tutto d’un fiato, senza comode pause che ci assicurino che quella che stiamo leggendo e’ una storia lontana, o inventata, o improbabile, senza prendere le distanze, ma solo lasciandosi trasportare in profondita’ dall’immaginazione del protagonista e dalla sensibilita’ dell’autore. Informazioni L’albero in catene Simone Ghelli Vai al MySpace Non Solo Parole editore Vai al sito 110 pp, brossura, euro 11,00
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