I pescatori del Bosforo

2 febbraio 2009
di Parole

di Maura Cannaviello

A dodici anni, Suat, giocava a calcio meglio di qualsiasi altro compagno di scuola. Forse era per via dei piedi sproporzionatamente grandi o delle gambe robuste come quelle di un adulto, ma sul campo era semplicemente imbattibile. Solo le spalle strette e gli occhi grandi e curiosi, buttati all’ infuori, ricordavano agli spettatori sugli spalti, che si trattava ancora di un bambino. Aveva imparato a giocare nelle strade del suo quartiere, a Istanbul, tra i venditori di succo di melograno e di arance spremute. Si arrotolava i calzoni sotto al ginocchio, sfilava le scarpe e via a tirar calci al pallone insieme ai suoi fratelli, finché qualche anziano non veniva a scacciarli dall’ingresso della bottega. Allora andavano a giocare sul molo di Beyoglu, disturbando i passanti e i gatti sdraiati al sole.
Già dall’età di dieci anni Suat giocava in una squadra agonistica, ma non si faceva illusioni sul suo futuro. Proveniva da una famiglia di pescatori che, di generazione in generazione, si era tramandata un fazzoletto di cemento sul ponte di Galata, appartenente a loro per tradizione e non per legittimità. E sapeva che un giorno o l’altro quel mezzo metro quadro sospeso sul Bosforo, che tutti in famiglia chiamavano lavoro, gli sarebbe spettato.
Ogni giorno, dopo la scuola, accompagnava il padre sul ponte, scivolava tra le gambe dei pescatori e raggiungeva la ringhiera da cui ammirava le lenze agitarsi luminose nell’aria. Quando non chiedeva di tenere la canna o di infilare le esche, Suat faceva il carico di gamberetti, tenuti in vita dentro bicchieri di plastica colmi d’acqua, e scendeva sul molo per trattarne il prezzo con i venditori del mercato o direttamente con i passanti. Ma il momento più bello era quello del tè. Con la fronte ai minareti e alle cupole riscaldate dal sole basso, gli uomini facevano i conti della giornata, bevevano e fumavano, in un’atmosfera di torpore e quieta stanchezza; di odore di pesce misto a quello di cherosene.
Nonostante tutta quella attività, la sera, Suat aveva ancora energie per giocare a pallone. Un giorno arrivò un nuovo compagno di squadra: alto, robusto, con occhi obliqui, e di qualche anno più grande. Il ragazzo sapeva di avere ancora una stagione per farsi notare, poi sarebbe stato troppo grande per giocare in quella categoria, e Suat rappresentava una minaccia per la sua riconferma in squadra. Inoltre, l’aspetto gracilino del compagno, gli rendeva ancora più odiosa la sua abilità con il pallone. Agli allenamenti non gli rivolse mai parola, ma fu durante la prima partita che fece di tutto per escluderlo dal gioco dando spallate ammonitive ai compagni: – A lui non la passare! -.
Una volta Suat stava per lasciare lo spogliatoio, quando sentì il ragazzo parlare alla squadra da dietro a una porta chiusa.
- Non sentite la sua puzza quando vi passa accanto? Il fetore di pesce arriva fino agli spalti, anzi, quando la sua famiglia viene a vederlo, gli altri spettatori sono costretti a cambiare posto! -.
I compagni rimasero in silenzio e con lo sguardo a terra. Non volevano contraddirlo, era più grande e aveva le idee chiare sul da farsi. Inoltre ci fu qualcuno che annuì alle sue parole.
- E’ una vergogna che quel Suat giochi con noi! Sarà anche bravo con il pallone, ma allora noi che ci stiamo a fare? Sapete che vi dico? Il suo posto è al mercato del pesce e non in una squadra di calcio! -.
- E’ vero! – disse a quel punto un ragazzo grassoccio.
- Allora, andrò a parlare con l’allenatore per mandarlo via! – concluse il ragazzo dagli occhi obliqui.
Nessuno si oppose e due settimane dopo Suat era fuori dalla squadra. Molti dei suoi ex compagni ne furono sollevati (almeno non ci sarebbero state altre tensioni con il nuovo venuto); altri addirittura contenti: la bravura di Suat li aveva messi in ombra. Anche il padre pensò che dopotutto si trattava di un fatto positivo. Perché illudere il ragazzo con promesse di gloria, quando presto o tardi sarebbe finito sul ponte al posto suo? Ma questo era ciò che raccontava in famiglia, per rendere meno amara la realtà, perché era stato il primo a sperare che la dote di Suat, un giorno, lo portasse lontano. Adesso tutto sembrava perduto.
Eppure c’era ancora qualcuno che non si riteneva soddisfatto. Un gruppo di ragazzi, capeggiati dal compagno dagli occhi obliqui, andò a cercare Suat per assicurarsi che avesse abbandonato del tutto il calcio.
Aspettarono che il canto del muezzin richiamasse gli adulti nella vicina Yeni Cami e lo raggiunsero sul molo. Lo trovarono mentre palleggiava da solo.
- Guarda chi si rivede, il piccolo pescatore – disse il ragazzo sovrastandolo in statura. – Finalmente hai capito qual è il tuo posto… Ma vedo che ancora ti ostini a giocare a pallone – e fece un cenno a uno dei suoi perché gli sottraesse la palla.
Il ragazzo grassoccio lo afferrò per le spalle, mentre un altro gli prese il pallone. Un terzo gli bloccò i polsi.
- Che volete da me? Ridatemi la palla, è mia! -.
- Altrimenti che fai? Chiami l’esercito di pescatori e ci fai picchiare con le canne? Oh, dimenticavo, sono tutti andati alla moschea… Credo che adesso sia arrivato anche il tuo momento di pregare! -. Suat cercò di liberarsi ma i due che lo tenevano per le braccia strinsero la presa e, l’altro con la palla, gli sferrò un pugno nello stomaco. Poi fu il turno del ragazzo dagli occhi obliqui che gli si avvicinò e lo colpì in faccia. Iniziarono a picchiarlo tutti insieme, tirando pugni, calci e il pallone venne scagliato in mezzo al mare.
- Vediamo se il piccolo pescatore sa anche nuotare! – disse il ragazzo dagli occhi obliqui. – Se torni con il pallone sano e salvo, ti lasceremo andare -.
Suat si rialzò barcollando. Aveva dolori allo stomaco, alla testa e alle braccia. I ragazzi lo incalzarono per sapere cosa avesse deciso e lui fu sul punto di voltarsi e scappare più veloce che poteva pur di non affrontare quella prova. Ma un attimo dopo si ritrovò nell’acqua gelida.

Nei primi giorni di gennaio era difficile resistere alle raffiche di vento gelido che sferzavano il ponte di Galata, ma i pescatori del Bosforo combattevano contro il mare; e non il freddo. A più riprese lanciavano la lenza nelle acque agitate dello stretto e con pazienza riavvolgevano il mulinello sperando di recuperare qualche grossa sardina. Poi lanciavano di nuovo. Il trucco era prendere il ritmo. Bisognava stare attenti a non impigliarsi nelle lenze delle canne altrui, fin troppo vicine, e poi riavvolgere prima del passaggio dei barconi che uscivano o rientravano continuamente dal porto.
Suat alzò il bavero della giacca per proteggersi dal vento. Le cuciture tiravano sulle spalle robuste; il suo aspetto non era più quello di un ragazzo gracilino, era diventato un uomo. Scese sul molo e raggiunse il punto in cui, sedici anni prima, una mano l’aveva spinto nell’acqua. Allora il freddo e la stanchezza lo avevano privato delle forze; allora quella follia gli aveva quasi fatto perdere la vita. Gli venne in mente il momento in cui la corrente lo aveva trascinato lontano dalla banchina e l’immagine confusa dei ragazzi che fuggivano spaventati. I ricordi a quel punto si fermavano. Qualcuno doveva averlo tratto in salvo, forse il proprietario di un barcone, ma lui non se lo ricordava. Quando aveva ripreso conoscenza era tra le braccia del padre.
Sul ponte andavano e venivano studenti, donne velate che scendevano ai bistrot e turisti. L’odore di pesce misto a quello di cherosene era ancora come se lo ricordava, ma i volti dei pescatori erano cambiati. I giovani avevano preso il posto dei loro padri. Soltanto il luogo che una volta apparteneva alla sua famiglia, era rimasto vuoto.
- Suat dobbiamo andare – disse un ragazzo in tuta sportiva che lo aspettava ai piedi del ponte.
Che strano, pensò un attimo prima di salire sul pullman che portava la scritta Galatasaray Calcio, Questo posto mi ricorda soltanto mio padre.


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