Heliópolis: una giornata nella favela che si fa chiamare quartiere

20 luglio 2009
di Manuela Antonucci

Nella foto, una delle parti urbanizzate della favela di Heliopolis

Nella foto, una delle parti urbanizzate della favela di Heliopolis

Si potrebbe fare un esperimento. Fermarsi a intervistare uno di questi volti che si vedono camminare per la strada e chiedere loro dove vivono. Delle favela visitate, questa mi dà l’idea di qualcosa di diverso, un movimento, una quotidianità impressa nei passi della gente che mi dice qualcosa di più. Qui intorno c’è il sapore delle strade del centro, un surrogato piacevole del susseguirsi del giorno con la notte, tutto poggiato su un letto di obiettivi, di motivazioni per il risveglio davanti al solito “café da manha” (colazione).

Mi trovo ad Heliópolis, una delle favela più grandi del mondo, dopo la Rocinha di Rio de Janeiro. Basterebbe sfogliare qualsiasi manuale, pile di ricerche sull’argomento, articoli su articoli, il nome favela è sempre presente, un’intestazione che non può prescindere, come il nome dal cognome. Eppure basterebbe un piccolo esperimento, rivolgersi a questi volti indaffarati, ai bambini che escono da scuola dopo una giornata trascorsa a giocare e a imparare, alle loro madri, che prima di passare a prenderli per portarli nelle loro minuscole case da 35 mq sono andate dal panettiere e magari hanno fatto anche una capatina dal parrucchiere. E sì, perché in questa favela non manca proprio nulla, ha tutta l’aria di un luogo in cui cominciare a vivere, i colori delle casette passate sotto il “maquillage” dell’urbanizzazione lasciano per lo meno presagire questo.

Non è tutto oro quel che luccica, si potrebbe immaginare. E in effetti lo scenario di piccole case di mattoni che tagliano il cielo ad un’altezza insolita, preoccupa l’occhio, soprattutto quello straniero, poco abituato a perdersi in simili architetture. Perché a San Paolo, come in altre città del Brasile e del mondo, l’argomento favela – o bidonville, slum, baraccopoli – è qualcosa di conosciuto e assimilato, talmente tanto da diventare accettabile e trasparente.

Ma cosa succede quando una favela vuole cambiare il proprio nome all’anagrafe, cercando di scollarsi di dosso l’etichetta che la società detta “formale” le ha incollato? Si può davvero, con un colpo di spazzola, eliminare la linea, troppo alta, delle case cresciute come funghi, alla ricerca di uno spazio, a stenti vivibile, per tutti quanti?

Basterebbe cominciare con un esperimento , immagino. E io ci ho provato.

Ana mi porta a spasso tra le vie, block note alla mano e telecamera, per catturare le immagini di quella che mi appare una realtà in bilico, tra paese e abbandono. Le case colorate non hanno nulla da invidiare ai piccoli borghi di provincia di cui l’Italia è piena e a ben vedere la normalità si dipana lungo queste strade con una buona dose di discrezione. Tutti lavorano nei loro luoghi, c’è un internet point aperto e proprio accanto una signora fa la pedicure all’altra, intenta a giocare con il suo bambino che la guarda divertito. Ana si trova qui da diciotto anni, all’epoca aveva deciso che la sua vita a Bahia non aveva molto senso, senza soldi e lavoro. È un copione conosciuto da molti, se si considera che la maggior parte degli occupanti delle favela del Brasile, sono il risultato di una migrazione interna verso le grandi città ricche e industrializzate.

Ma cosa ci racconta la favela di Heliópolis nel 2009? Ana mi guarda, quasi a rimproverarmi, il nome favela lei lo ha eliminato dal suo dizionario da molto tempo. Qui tutti riconosco Heliópolis come un quartiere o, meglio, come una comunità. Rifletto bene sul significato della parola e non posso che concordare con i suoi occhi che non risparmiano, sono di quel castano miele che le donne bahiane conservano, in tutta la loro sensualità di origine africana. Comunità sì, perché a differenza del grande centro, in questo posto si è più vicini, tanto da vedersi senza evitare di salutarsi. L’ingresso di un “corpo estraneo” come il mio viene subito ufficializzato con un sorriso rassicurante e nei mie movimenti cauti c’è un messaggio che giunge con delicatezza, “sono in pace, sono qui per capire”.

E, di fatto, mi basta poco per capire che dietro a questi incroci, a strutture aperte al pubblico per offrire servizi, per costruire, dentro a quelle piccole case quasi tutte senza intonaco, ci sono esistenze che brulicano e vivono un “tran tran” declinato secondo canoni propri, eppure più formali di quello che si pensi. Esistono scuole, centri di formazione professionale, supermercati, addirittura un “Mc Favela”, perché la povertà abitua all’autoironia e la si può vivere con dignità, se solo lo si vuole.

Quando il sole tramonta è giunta l’ora di tornare a casa, ci sono molti kilometri da attraversare in questa megalopoli senza fine, che non conosce uscite per nuove città, anche da lontano. Saluto Ana, la ringrazio, all’angolo ci invitano di abbassare “con gentilezza” i fari della macchina, Ana mi spiega che “qui non si può”, “si disturba” e vado via pensando che la comunità che mi sto lasciando alle spalle è la città, di essa ne fa parte. Forse l’unica differenza è che qui c’è un’aria genuina, ti investe, ti fa paura perché non è stata educata a mandare in cavalleria ipocrisia e formalità.

Perché qui, per parlarti, la gente è abituata a guardarti negli occhi, senza complimenti.

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