“Gli intramontabili- Mode persone, oggetti che restano” di Patrizia Calefato

lunedì, 16 novembre 2009
di Erminio Fischetti

Y090Può un saggio essere divertente e leggersi tutto d’un fiato? Sembra quasi un ossimoro! Eppure il libro di Patrizia Calefato diverte e incuriosisce il lettore nella marea di informazioni e dettagli che rilascia sulla strutturazione semiologica e culturale delle mode e degli oggetti che hanno definito, e ridefiniscono ogni giorno, le nostre esistenze.
L’autrice racconta il rapporto fra la comunicazione e il consumo, storicizza gli oggetti e i segni nella “centrifuga” del vintage. Le mode vanno e vengono, ma la storia e la sociologia gli affibbia significati differenti a seconda del loro tempo. Il vintage acquisisce in questo momento di crisi economica una valenza differente e segna una rielaborazione della riproducibilità tecnica, sotto alcuni aspetti; il riuso non ha più un significato strettamente di povertà come lo era nel periodo del boom economico dove “nuovo” era sinonimo di benessere, e il vecchio doveva essere rifiutato, buttato via, per avvalorare la tesi di quella politica economica. Il significato sociologico di tutto questo oggi acquisisce, così, una rielaborazione ideologica legata ad un trend necessario, come quello del riciclaggio di materiali e oggetti, dopo decenni di abusi e consumi. Calefato và avanti e indietro con la Storia e con i suoi segni sociali, con le sue trasformazioni, che hanno fatto entrare nell’immaginario collettivo e nell’uso comune oggetti, abiti, scarpe, taglio di capelli, stili e comportamenti quotidiani, luoghi frequentati, e li analizza nei contesti culturali, in particolare dalla seconda metà del Novecento in poi e attraverso i mezzi di comunicazione più popolari come il cinema, la televisione, la fotografia, la pubblicità. Elenca e spiega le più importanti iniziative del concetto di riuso e vintage, catalogati e rinnovati secondo significati diversificati, figli del loro tempo, in un discorso concettuale che si sviluppa in diverse angolazioni e prospettive. Rielabora in tale contesto la figura del dandy (tramite quella di Peter Sellers e in particolare rispetto alla sua maschera dell’ispettore Clouseau, raffigurata nella serie di film de La Pantera rosa, che rese celebre l’attore britannico) e la inserisce, oggi, nella cultura massificata che necessariamente la vede sminuita, perché manipolatrice e patrocinatrice, attraverso il dettaglio, di una personale indipendenza estetica, per così dire.

La studiosa barese descrive, attraverso il corpo e la sua vestizione, la trasfigurazione della città, i cui quartieri, bar, luoghi ufficiali e non “scandiscono, insieme, i tempi della moda e quelli della città”, come lei stessa afferma. La città stessa diviene simbolo di una miseria, che racconta il lusso e viceversa, e trasmigra le mode. Col tempo, il suo aspetto esteriore viene modificato, non solo per una visione puramente architettonica, ma anche ambientale, nel cui contesto cambiano abitudini e luoghi di ritrovo, orari. Motivi scaturiti da una sempre maggiore malleabilità e precarietà delle condizioni lavorative dei più giovani e non, costretti a dare nuova accezione al giorno e alla notte. Per la Calefato, gli anni Sessanta e Settanta rappresentano il periodo che meglio ha saputo armonizzare, definire e raccontare i segni sociali delle mode, attraverso il cambiamento, la sua naturale visibilità, come può essere stata la Swinging London proletaria “cantata” dai Beatles e vestita con la minigonna di Mary Quant e i collant, o l’Italia che cavalcava l’onda del boom economico, diretta figlia del modello americano della riproducibilità massificata, e idolatrava Mina imitandola. Ma le mode vanno e vengono e come un tempo può aver avuto significato di povertà la produzione di un abito fatto in casa o il suo utilizzo fino al totale consumo della stoffa con il quale era fatto o l’acquisto di abiti usati o la rielaborazione di una moda vecchia, passata, così oggi questi stessi “comportamenti” acquisiscono un significato diverso, ridefinito attraverso un linguaggio ben preciso e canonizzato (in parte dovuto alla nuova crisi economica, ma non necessariamente legato a tale fattore) alla ricerca di un rifiuto all’omologazione delle masse giovanili e ai marchi da catena di montaggio che definiscono la moda. Ecco così che il patchwork, il vecchio per necessità e non solo stimola la sua rielaborazione, diventa un oggetto di culto, ricercato, anche attraverso le griffe più autoritarie e costose, diventa un marchio di distinzione, motivo per una ricerca nuova degli oggetti e della loro funzionalità oppure semplicemente arma di contestazione, ribellione, come lo è stato palesemente negli anni Sessanta. E diventa moda anche questo. È così che si fan di necessità virtù, rapporti fra immagini, costumi e identità non acquisiscono solamente una funzione casuale nel caos della subcultura odierna, ma significati ben precisi del vivere quotidiano, che trovano terreno fiorente anche nella concezione di femminilità o in feste “universali” come il Natale.

“Gli intramontabili- Mode persone, oggetti che restano”
Autrice: Patrizia Calefato;
Casa editrice: Meltemi;
Collana: Melusine;
Pagine: 190;
Pubblicazione: ottobre 2009;
Costo: € 18


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