Nemico Pubblico: l’universo di John Dillinger raccontato da Michael Mann

16 novembre 2009
di Francesca Caruso

nemicopubblicoLa figura del rapinatore di banche gentiluomo John Dillinger ha da sempre avuto un certo fascino, attirando intorno a sé la curiosità delle nuove generazioni come quelle del periodo in cui è vissuto. Con la sua morte Dillinger è diventato un’icona più di quanto non lo fosse già da vivo. Il periodo in cui è vissuto è quello della Grande Depressione, quando gli americani erano in cerca di un simbolo che li distogliesse dai loro problemi quotidiani, e vedevano favorevolmente l’uomo che toglieva alle banche i soldi che loro pensavano gli fossero stati ingiustamente tolti.
Il regista, sceneggiatore e produttore Michael Mann era da tempo interessato a trasporre sul grande schermo questo periodo della storia americana, ma non aveva ancora pensato di raccontarla attraverso la figura di Dillinger. L’occasione è arrivata dopo la lettura del libro omonimo di Bryan Burrough, considerato una dei migliori giornalisti americani, da cui il film è stato tratto.
Il film segue le vicessitudini di John Dillinger durante i 14 mesi che hanno preceduto la sua morte, il 22 luglio 1934. John fa evadere di prigione con l’aiuto del “Rosso”, il suo braccio destro, alcuni uomini della sua banda, per riorganizzarsi e iniziare l’ascesa nel rapinare quante più banche possibili nel Midwest. A Chicago conosce Billie Frechette, che diventa la sua fidanzata e dalla quale non vorrà più separarsi. Nel frattempo J. Edgar Hoover, che è a capo del Bureau of Investigation, vuole sfruttare la cattura di Dillinger per trasformare e ingrandire le forze di polizia a sua disposizione, creando così quella che sarebbe diventata l’odierna FBI. Per fare ciò si avvale del suo miglior agente Melvin Purvis,che dà la caccia a Dillinger e ai suoi amici con ogni mezzo. John è più furbo e più avanti della polizia per farsi prendere, e quand’anche succede, riesce ad evadere facendosene beffe, fino a quando un giorno all’uscita del Cinema Biograph di Chicago la sua fortuna cambia.
Michael Mann ha saputo ricreare perfettamente l’atmosfera che si viveva negli anni ’30, nulla è lasciato al caso, il regista cura i dettagli per dare un effetto ampio. Mette in scena l’universo di Dillinger, ma nel fare questo mette in luce anche il frammentato mondo in cui le forze di polizia vivevano. La polizia non aveva abbastanza denaro da poter investire nel potenziare gli strumenti dei quali si serviva. Le macchine venivano lasciate indietro da quelle dei criminali, le armi non erano ancora all’avanguardia, c’era carenza di personale, e di personale addestrato, di conseguenza i sistemi di sicurezza per le banche non erano adeguati.
La cosa fondamentale per Mann è stata far rivivere il 1933, e oltre a mostrare i luoghi reali dove la storia di Dillinger si è svolta, ha voluto far emergere quello che la gente del tempo pensava, come gli uomini corteggiavano le donne, cosa significasse vivere di stenti, disperati per un futuro che si vedeva grigio e scoraggiante.
Per ciò che riguarda le ambientazioni Mann è riuscito a girare in alcuni del luoghi dove i fatti sono accaduti veramente: la prigione Crown Point, la pensione Little Bohemia e il Cinema Biograph, oltre a reperire i veri vestiti e articoli personali di Dillinger. Tutti coloro che hanno lavorato al film sono stati concordi nel sentire delle sensazioni particolari nel trovarsi lì, dove la storia ha avuto il suo corso, ci si sentiva integralmente proiettati in quegli anni. Per Mann i luoghi hanno un’anima, e questi luoghi hanno riportato la troupe e gli attori in quel perido storico.
Il regista ha voluto che ad interpretare una figura così complessa, dura e gentile al tempo stesso, ci fosse un attore talentuoso come Johnny Depp, il migliore della sua generazione. Depp riesce a immergersi totalmente nel ruolo affidatogli, diventando quel personaggio, possiede una mimica e un’intensità che riesce sempre a dosare egregiamente. È un attore che riesce a cambiare ruolo con disinvoltura, interpretando personaggi sempre diversi e sempre di un certo spessore. La sua performance di John Dillinger è strepitosa.
Michael Mann ha realizzato un film realistico, facendo sentire allo spettatore l’audacia e le tensioni che provava Dillinger e che non può fare a meno di dispiacersi per la sua sorte. Non ci si può aspettare niente di meno da un cineasta come Mann, che ha sempre esplorato la psiche di individui che si trovano in circostanze estreme, utilizzando a piene mani il linguaggio cinematografico e conferendo all’azione un ritmo tale da tenere accesa l’attenzione, anche nei momenti in cui l’azione sembra abbassare la guardia.
Mann ha un notevole curriculum fatto di pellicole che hanno ottenuto molti rinonoscimenti, fin dal suo film d’esordio “Strade violente” del 1981. Tutti film in cui è sempre venuto fuori l’animo dei personaggi, a volte crudi come il Killer di “Collateral”, altre volte forti e impavidi come il protagonista de “Lultimo dei Mohicani”. Il regista non è interessato ai generi cinematografici, ma si è sempre dedicato a evocare una vita, ciò che lo affascina, in ogni progetto che realizza, è il vissuto di un personaggio e il contesto nel quale si muove. Ciò che muoveva Dillinger era la sua sete di vita.
Mann ha scelto di girare in digitale perché, per questa particolare storia, girare con la pellicola dava il sapore di quegli anni, ma girare in digitale dava l’idea della realtà, di trovarsi lì, ora.
L’intento del regista è quello di far immergere lo spettatore nell’universo emotivo di John Dillinger, lasciando, in alcune sequenze, che si immagini cosa Dillinger stesse pensando, concedendo spazio al suo sguardo e ai suoi silenzi.

Titolo originale Public Enemies
Regia Michael Mann
Cast Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff, Stephen Lang
Durata 140′
Distribuzione Universal Pictures
Produzione USA 2008

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