Deserto americano: la morte brulicante di vita di Percival Everett

23 novembre 2009
di Flavio Camilli

Cover italiana

É incredibile come, nonostante gli infiniti progressi della scienza e del genere umano, le soluzioni ad alcune grandi e piccole questioni rimangano precluse almeno alla maggior parte di noi (forse, chissà, qualcuno ha individuato l’esatta ubicazione dell’anima, ha inventato una formula matematica per scovare la proverbiale metà della mela o ha stretto la manona di dio, di un dio, e se l’è tenuto per sé).
Mi riferisco al mistero del post mortem, all’esistenza di forme di vita aliena intelligente, a quella del destino, all’altruismo che esplode inatteso tra selve di egoismo e alla magica grandezza delle storie.
Di quest’ultima questione, indubbiamente, più degli scienziati ne sanno gli scrittori. Soprattutto quelli della specie di Percival Everett.
Si tratta di talenti eclettici (non solo nel proprio campo prediletto: Everett, classe 1956, è stato anche addestratore di cavalli, rancher, professore, musicista jazz) che hanno deciso di non risparmiarsi.
Scoprii questo schivo scrittore un annetto fa grazie al doloroso La cura dell’acqua (qui la recensione), pubblicato da Nutrimenti in seguito al successo del geniale Glifo. Fortunatamente le traduzioni di questo particolarissimo autore continuano: dopo il recente Ferito, è in uscita in questi giorni Deserto americano.

A differenza del primo titolo citato, qui Everett abbandona la sperimentazione linguistica e strutturale – di cui è reputato coraggioso maestro – per rilassarsi nell’ apparentemente confortevole poltrona del canone narrativo romanzesco. Di certo non sceglie la storia più comoda; Theodore Street decide di farla finita: la sua vita professionale – è docente universitario – sembra essere agli sgoccioli come anche il suo matrimonio, naufragato tra le acque della sospetto e dell’adulterio.

La sensazione di non fare più la differenza per nessuno lo assale e la soluzione per i nodi troppo aggrovigliati da sciogliere sembra essere un taglio netto. Mai espressione fu attuata in modo più letterale: mentre è in macchina, diretto verso un indefinito suicidio, un camion lo travolge, decapitandolo.
Tragico, certo, ma naturale. Il suo risveglio, durante un funerale al limite tra il comico e il patetico, è invece terribile, dato che Ted si alza dal feretro senza alcuna spiegazione plausibile e con una cicatrice alla Frankestein che gli divide il pomo d’Adamo.

Come se, tornato dall’inferno, se lo fosse portato dietro, i guai iniziano a susseguirsi senza sosta: i figli hanno paura del papà zombi, la moglie non sa cosa provare, i media circondano la sua casa, pronti a svelare tutti i misteri della resurrezione del millennio. Ma le vere trasformazioni avvengono all’interno del povero Ted: senza più battito cardiaco, né sangue in circolo, né bisogno di respirare, ma più vivo che mai, percepisce i bisogni e i sentimenti degli altri con una nuova intensità, tanto da arrivare a scavare nel passato delle persone che incontra scoprendone le storie mai raccontate. La morte gli ha donato un’empatia con il mondo e con se stesso tanto grandiosa quanto ironica nel suo ridicolo tempismo.
Ci sarebbe quasi spazio per un happy ending se, nell’ordine, non venisse rapito da fanatici religiosi che lo credono il diavolo, dal governo americano che vuole farne il prototipo del soldato invincibile e da un gruppo di devoti che lo vorrebbero come messia. Sperduto nel deserto americano e sempre più lontano dalla sua famiglia, scoprirà quanta vita c’è, invece, nei luoghi che tutti considerano sterili.

Un uomo che risorge, ma che al contempo rimane biologicamente morto, solleva tutta una serie di questioni a cui Everett non si sogna neanche di dare risposta: scrivere non è donare soluzioni ma creare problemi. La nuova vita del suo protagonista lo mette in relazione con quella passata, che, al confronto, è solo una noiosa sequela di doveri riempita di ignoranza ed egoismo. Eppure le persone che ama sono le stesse. Perchè, allora, la morte ha reso improvvisamente tutto più colorato, vivo, importante e necessario?
Non è difficile ravvisare, tra i punti di sutura che tengono Ted attaccato all’esistenza, un monito sull’importanza della vita e sulla sua fuggevolezza, una riflessione sulla natura della morte e una critica contro chi svaluta questo tempo preziosissimo sprecandolo o ad un paese che è zeppo di segreti indecifrabili, proprio come la bizzarra condizione del sig. Street o la calda distesa che ne ospita le avventure.
Se la prima parte del romanzo è tutta dedicata, con delle pagine felicissime, alla situazione familiare del risorto, nella seconda parte il deserto americano del titolo cerca subdolamente di soppiantare il protagonista: è coacervo misterioso di realtà assurde e insospettabili (la setta del pazzo Big Daddy, il laboratorio governativo in cui si tenta di clonare Gesù Cristo, la comune dell’ordine angelico, i misteriosi elicotteri neri e la ben nota Area 51) ma anche metafora della nuova condizione esistenziale del redivivo Ted: come quel luogo in cui si perde e si ritrova, anche in lui brulica una vita che non è diversa, solo riscoperta.

Percival Everett

Percival Everett, tuttavia, sa che se una storia ha la potenzialità di smuovere tutta sola l’anima del lettore, alla scrittura è affidato il compito di alleggerirne i toni, di tracciare un sentiero di comicità dolorosa (un sorriso e una lacrima) su cui i passi di una vicenda difficile possano sembrare leggeri come quelli di una commedia. L’obiettivo è centrato pienamente: il romanzo è scorrevole e ben congeniato, un’ avventura avvincente contaminata dai toni del thriller, della satira o del dramma esistenziale che non cede mai alla banalità.
Seppure, leggendo in quarta di copertina che il titolo dell’opera sarebbe dovuto essere Making Jesus, mi rammarico della ritrattazione, non posso che constatare quanto anche questa seconda scelta sia sottile: da titolo, Deserto americano diventa nome vero e proprio, irrinunciabile. Il lettore, come un po’ il protagonista, non riesce a prevedere cosa racconteranno le ultime (bellissime) righe e non sa se aspettarsi, dietro la prossima collina arancione, la falsa sicurezza della civiltà o un’altra terrificante, ma genuina, distesa della nostra congenita ignoranza.

Informazioni
American desert, Percival Everett
Casa editrice Nutrimenti
Traduzione di Marco Rossari
264 pp, collana Greenwich 9, € 16,00

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