La storia di Pragasi: non solo “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta”

lunedì, 28 dicembre 2009
di Flavio Camilli

I bambini sono enigmi luminosi, scrisse qualche anno fa Daniel Pennac nel suo folgorante Signori Bambini. Chi potrebbe contraddire questa verità? I bambini, soprattutto quelli di carta e inchiostro, sono portatori sani di misteri luccicanti ma allo stesso tempo depositari della semplicità delle grandi verità, che disvelano grazie alle domande che gli adulti non hanno il coraggio di porre.
Da Oliver Twist a Harry Potter, dal sacro al profano, i bambini delle letteratura sono la chiave attraverso cui accedere ad universi allo stesso tempo credibili ed immaginari, farciti e caratterizzati dalla presenza del sublime come del banale.
Felice Muolo aggiunge alla lista, con il piccolo gioiello di semplicità Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta, la sua Pragasi, piccola indiana che racconta da sé la propria vicenda.
Arrivata in Italia in tenera età, adottata da una coppia esemplare (una famiglia che l’autore abbozza appena, anche se con tratti efficaci), inizia una nuova vita, cancellando, come se fossero state impresse su una lavagna magica, le sue abitudini, la sua lingua, le sue origini.
Tuttavia, modellare se stessi sulle forme di un paese così differente da quello da cui si proviene, diverso come le radici e la chioma di un grande albero, non è cosa semplice.
L’ostacolo più grande, contrariamente alla volontà dello stereotipo, non è l’altro, ma Pragasi stessa, avvolta da quello che chiama il “complesso dell’orfana”.
Come superarlo? Vivendo e sognando.
E’ attraverso questi due mezzi potenti, l’esperienza e i sogni, che Pragasi conquista una dimensione tutta sua. La maturità e l’autocoscienza arrivano con la crescita, quando capisce che un albero senza radici non potrà mai avere una chioma folta e brillante.

Risulta significativo, in quest’ottica, il soffermarsi dell’autore sul giorno della prima comunione, un evento, assieme al battesimo della piccola, che pone l’accento sul rapportarsi con la religione, impresa che Pragasi porta avanti con una sincerità disarmante. Il dialogo con il dipinto di una madonna dal volto scuro, fulcro che tiene in equilibrio il racconto, polarizza tutti i dilemmi che la protagonista/narratrice è decisa ad affrontare, più che esorcizzare: la diversità del colore della pelle  (“Ho sempre pensato che fossi un angelo” – “Anche tu lo sei.” – “Io sono marrone.” – “Gli angeli sono di tutti i colori”.), l’accettarsi (più che il venire accettata), il sentirsi straniera in terra straniera. La voce del quadro della vergine dissolve le incertezze, ma è, in realtà, quella interna di una bambina che cresce.
Nel tratteggiare la figura di Pragasi, Felice Muolo riesce a fondere, ma anche a bilanciare, un lato prettamente infantile, che emerge con l’affezionarsi agli oggetti – su tutti una barbie, doppio-opposto della bambola di cartapesta con cui è giunta nel “Bel Paese” – nel rapporto di amore con il padre e nella purezza delle affermazioni, con un altro di una maturità tanto raggelante da divenire quasi anacronistica.
Solo con l’esaurirsi della storia il lettore capisce che si trova di fronte al linguaggio (piano, scorrevole, senza pretese ma al contempo funzionale) necessario a quel tipo di vicenda, insieme commosso e delicato ma spoglio di retorica e facili qualunquismi su un argomento, la (presunta) diversità, affrontato con la coraggiosa leggerezza dei bambini.
Il racconto di Pragasi, ben più di Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta, è, più che una storia, una “testimonianza” di formazione, un favola contesa tra realtà e metafora.

Informazioni

Felice Muolo, Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta
Fermenti editrice
78 pp., brossura, € 11,00


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