
Alejandro Torreguitart Ruiz anche se volesse, non potrebbe mai leggere questa recensione. Di seguito capirete il perché.
Nella Cuba contemporanea irrompe il fantastico. Non si tratta però de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, ma delle atmosfere inquietanti e surreali di Lovercraft e Stevenson. La definizione del sublime di Immanuel Kant, come qualcosa che attira e terrorizza l’uomo allo stesso tempo, sembra fatta apposta per i primi tre racconti di “Mr Hyde all’Avana”.
Il primo di questi, come da titolo, è una rivisitazione della celebre opera di Robert Louis Stevenson in chiave moderna, ambientata però a Cuba. Uno scienziato, proprio come il dottor Jekill partorito dalla mente dello scrittore scozzese, inizia delle ricerche proibite: cerca un filtro che separi il bene dal male. Tuttavia, il misogino Ruiz identifica il male con la parte femminile e il bene con quella maschile. Il dottor Enrique Uribe non ha mai trovato una donna che l’amasse senza amare prima i suoi soldi. Sfruttato fino all’osso dalle classiche jintera cubane, decide allora di voler capire come queste donne ragionano, cosa si annida nella loro anima. L’esperimento però, come è facile intuire, prende una brutta piega: scatena una ninfomane serial killer che si diverte a uccidere le sue vittime dopo averle portate all’apice dell’eccitazione, in un misto di sesso e sangue. Ovviamente a far da sfondo alla vicenda c’è la povertà, c’è la fame, ci sono tutte le contraddizioni di Cuba. Ma di questo parleremo in seguito.
Il secondo racconto rivisita invece le atmosfere di Phillips Howard Lovercaft ed è intitolato l’Orrore di Yumurì, paesino che prende il posto dell’inquietante Dunwich dell’autore americano. Stavolta è la Cuba dei misteri e delle pratiche magiche che Ruiz ci narra e lo fa attraverso il racconto in cui il suo illustre precedente cercava di far rivivere i Grandi Antichi, primi abitanti della superficie terrestre. È una Cuba sinistra, ben differente dalle atmosfere turistiche che siamo abituati a conoscere. È la Cuba più distante dalla Rivoluzione, per via delle superstizioni tirate in ballo. Allo stesso tempo, però, è una Cuba che è allegoria degli orrori successivi alla Rivoluzione stessa. Basti pensare che il padre del mostro che si aggira per la giungla dell’isola si chiama… Raul Castro. Ma anche di questo parleremo in seguito.
Il terzo racconto è il Cane, che mette al centro della scena i palo mayombe, pratiche di origine afro-cubana, che due fratelli si trovano a sperimentare per gioco, ma con nefande conseguenze. È venuto il tempo però di parlare del seguito.
Perché alla base del fantastico si muove, sotterraneamente, un ritorno di senso. Si tratta di ciò che diventa esplicito nel Diario Quotidiano 2008-2009 – quarto e ultimo racconto – in cui Ruiz parla in prima persona senza mezzi termini della Cuba che vive. Parla del caro amico della Rivoluzione Meo Porcello (Hugo Chavez) e del suo petrolio, del vecchio Fidel che ormai è solo una penna che scrive su un giornale, parla di Speedy Gonzales (Raul Castro, per via dei baffetti) e delle sue liberalizzazioni. Già, perché a Cuba ora si potrà anche comprare un cellulare – ma solo per chiamate interne al paese – un computer – ma senza navigare sul demoniaco internet – si potrà persino essere gay senza essere rinchiusi in campi di concentramento su cui campeggia la scritta “il lavoro vi renderà uomini”, si potrà cambiare sesso… Ma guarda caso si fatica sempre a mettere insieme il pranzo con la cena. È questa la vera guerra quotidiana del popolo cubano descritto da Ruiz, ormai lontano dai valori della Rivoluzione che ha finito coll’affamare indistintamente tutti: ben lontana dai valori d’abbondanza del comunismo di Marx, ben lontana dall’essere un paradiso. Una Cuba dove non c’è libertà d’espressione, una Cuba vissuta come una gabbia da tutti quelli che da lì non possono scappare. C’è anche chi non vorrebbe fuggire, come lo stesso Ruiz, che ama quella terra fino al midollo. C’è anche chi come Yoani Sanchez, pubblica il suo blog – connettendosi alla rete in maniera illecita – su internet descrivendo le restrizioni della vita cubana, la quotidianità, le sofferenze (lo potete trovare tradotto in italiano qui). La stessa Yoani che vince premi di giornalismo in mezza Europa, ma non può uscire dalla sua terra per ritirarli. La stessa Yoani che vede quel che scrive regolarmente censurato dal Governo.
La favola cubana è finita da tempo. Ora c’è la fame. Ruiz la descrive con un’ ironia devastante, dà il meglio di sé nel suo Diario Quotidiano, scrivendo un po’ come Bukowski, un po’ come uno che ha vissuto la fame sulla sua pelle e proprio per questo usa la penna molto meglio di tanti eruditi che di vita vera ne sanno ben poco. Come disse Friedrich Nietzsche “Di tutto ciò che è scritto, io amo soltanto ciò che è stato scritto col sangue. Scrivi col sangue, e imparerai che il sangue è spirito.”.




















L’autore non può leggere, ma il traduttore sì. E ringrazia. Comunicherò al telefono o via fax la recensione ad Alejandro. Legge male l’italiano, ma in qualche modo faremo.