La tartaruga di Darwin

lunedì, 8 febbraio 2010
di Susanna D'Aliesio

Scena tratta da La tartaruga di Darwin

Scena tratta da La tartaruga di Darwin

Interessante e ironico questo spettacolo di Juan Mayorga in scena al Teatro Vittoria fino al 28 febbraio.

Questo plurilaureato madrileno ci porta a far conoscere una vecchietta molto particolare sotto le cui spoglie si cela un essere all’ultimo stadio della sua evoluzione: la tartaruga di Darwin, interpretata da un’eccellente Viviana Toniolo.

La tartaruga, Harriet, si rivela ad un cinico Professore di storia per mettere a disposizione dell’umanità un bene inestimabile: la sua memoria. “C’è gente che uccide per il passato, la mia memoria è un capitale. Sono molti interessati a far dimenticare”. E con queste parole la tartaruga inizia il suo racconto all’incredulo Professore, parlandogli della sua storia e della sua mutazione alla cui origine se in parte sembrano esserci degli stimoli straordinari in realtà c’è soprattutto il desiderio di evolversi e di conoscere gli umani che la spinge ad assomigliare, dopo duecento anni, ad uno di loro. Gli umani, quelli che ai suoi occhi sono “l’ultima tappa dell’evoluzione”.

Dopo due secoli Harriet rimane delusa dagli esseri che definiva evoluti e dopo aver visto e aver vissuto sulla sua pelle i massacri, le torture compiute in nome di un evanescente quanto inconsistente progresso il suo ultimo desiderio è quello di tornare nel suo ambiente, tra i suoi simili, alle Galapagos.

La tartaruga pare chiederci “Cosa sia l’evoluzione? E’ il divenire conseguente alla storia? E’ il progresso verso più vaste conoscenze o è la conquista di tecniche grazie alle quali siamo capaci di prevalere uno sull’altro? E come si misura? Cosa intendiamo per progresso? E cosa per storia? Se non la microstoria, quella fatta di tanti uomini con i loro sogni, le loro speranze, le loro debolezze. “La storia” ci dice “è un mattatoio”.

L’aspetto da non sottovalutare è la concezione di un teatro in cui lo spettatore non è più passivo e mero ricettore ma viene invitato ad usare il cervello, Juan Mayorga concepisce un teatro come luogo di riflessione, di scambio e di analisi, il cui intento è di arricchire lo spettatore individuando una direzione verso la quale dovrebbe muoversi tutto il teatro contemporaneo in quanto ora più che mai serve che si mettano in discussione i nostri passi.

Il progresso è forse ciò che scaturisce da una conquista morale, interiore più che dalla capacità tecnica di dominare ciò che è al nostro esterno sia esso l’ambiente n cui viviamo che i nostri simili. Forse è la capacità di accettare se stessi gli altri come figli di un caso non poi così beffardo.


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