A quasi trent’anni dalla manifestazione della più rilevante pandemia con cui la popolazione di tutto il mondo si sia mai posta a confronto, l’imperizia e la minimizzazione di questa infermità che dal 1981 ha causato la morte o il contagio di milioni di persone, hanno reso l’argomento un terreno ferile per pregiudizi e idee sbagliate che oltre a spaventare hanno rallentato la prevenzione e la ricerca.
L’Aids non è solo una questione sanitaria ma principalmente un’incognita culturale; nel corso di questi lunghi anni, la percezione della pericolosità epidemiologica è andata quasi totalmente tramutandosi: da una forte convinzione di rischio e di pericolo costante si è passati ad una concezione sicuramente meno angustiante, che ha portato ad un significativo abbassamento della guardia.
Il ruolo della ricerca è stato da una parte determinante nella riduzione della mortalità nella popolazione contagiata dall’Aids mentre -dall’altra parte- ha aumentato nell’ambito generale della comunità, la riduzione di interesse all’argomento; la scoperta di terapie valide che hanno dato la speranza a molti malati, hanno portato -indirettamente- ad una regressione nella presa di coscienza del rischio.
Vivere a lungo è possibile ma questa certezza ha portato all’affievolimento delle misure precauzionali. Il risultato del beneficio terapeutico ha condotto la porzione della popolazione meno consapevole e ricettiva ad uno status di popolazione a rischio. Ma l’Aids è
un problema che riguarda tutta la popolazione sessualmente attiva; indiscutibilmente ha modificato i costumi sessuali degli ultimi anni e non solo tra i giovani. Le campagne di prevenzione e l’utilizzo del profilattico, sono riuscite a far prendere atto di concetti riguardanti non solo la sessualità più corretta ma hanno contribuito anche alla riduzione delle cosidette malattie sessualmente trasmesse. Nonostante il numero delle persone colpite dal virus dell’Hiv sia in continuo aumento, l’attenzione dei media si va lentamente indebolendo e per questo motivo si è reso indispensabile rafforzare le campagne informative; si crede infatti che incrementare la consapevolezza della diffusione di Aids possa tenere alto il livello di guardia.
Di fatto, a differenza di quanto succedeva quasi 20 anni fa, quando la facoltà di percepire a pieno i rischi dell’Hiv/Aids era estesa nella popolazione (omosessuale, transessuale ed eterosessuale), si è riscontrata una regressione educativa dei comportamenti sessuali a rischio.
Il documentario, presentato il 18 febbraio alla Casa del Cinema Sesso confuso, Racconti di mondi nell’era Aids affronta con tatto il tema dell’epidemiaf acendo sorgere le tematiche coinvolte nella diffusione del virus: dagli stili di vita che cambiano, alla nascita del bareback (pratica sessuale non protetta e consapevole) passando per l’incubo di una morte solitaria tra le paure e le condanne di un ambiente sociale terrorizzato e arrivando con fatica alla testimonianza dei protagonisti dell’infezione.
La poltrona bianca. Una presenza neutra, ricorrente e silenziosa che accompagna, sostenendola, la trama di un documentario che vuol fare il punto della situazione sulla pandemia che ha travolto il nostro secolo: l’Aids. Non una malattia come un’altra. Piuttosto un fenomeno che fin dai primi anni scavalca l’ambito medico per sconvolgere i costumi, creare sentimenti profondi, di sospetto come di solidarietà, cambia il modo di rapportarci con gli altri. Oggi è giunto il momento di guardarci indietro e capire che cosa è successo. Com’è cambiata la nostra società? Che cosa è successo a una civiltà che si è contagiata e infettata di umori, dolori e disperazione portati in grembo da questo virus? Dove incontriamo e viviamo l’Aids? Che posto occupa nelle nostre esistenze? E infine: questa immane tragedia sanitaria, che è costata la vita di migliaia di persone, può costituire anche un’opportunità per l’umanità?
Spiegano gli autori- il regista Andrea Adriatico e il giornalista Giulio Maria Corbelli <<Ci siamo messi sulle tracce di chi poteva raccontare in prima persone cos´è successo nelle diverse fasi dell´era Aids: i medici che hanno curato i primi casi, i ragazzi e le ragazze che, inconsapevoli, sono stati colpiti dall´infezione e l´hanno combattuta, quelli che sono stati infettati di recente e chi è nato con il virus nel sangue. Ma anche attivisti, infermieri, politici, attori protagonisti della lotta all´Aids>>.
Infine aggiunge Andrea Adriatico <<questo documentario raccoglie voci e volti che aspettavano non so da quanto di parlare e dare un senso a ciò che senso apparentemente non ha>>.



















