Sovraesposizioni d’amore (e d’altri demoni)

lunedì, 31 maggio 2010
di Flavio Camilli

Un bacio da cinema è una bugia magica. L’incontrarsi, su copione, delle labbra di due sconosciuti, come se fosse vero, ma non lo è. Un bacio da cinema è un amore lacerante che sconfina nell’ossessione, o è la natura di qualsiasi sentimento che deragli dai binari della felicità per atterrare su quelli dell’autodistruzione. L’amore vero è un moto del cuore meno intenso ma più duraturo, la luce pacata, rassicurante ed eterna del sole e non quella dirompente e distruttiva di un incendio. Questo perché un incendio, purtroppo, non può durare in eterno e non lasciare cenere e relitti.
Lo capisce Gilles Hector, quando, spinto da una frase del padre morente, che gli rivela di essere figlio di un “bacio da cinema”, inizia la ricerca della madre mai conosciuta nei volti delle dive della Nouvelle Vogue illuminati da Jean Hector durante la sua lunga carriera come direttore di fotografia.
Come spesso accade nella vita però, il caso (o il destino) risponde ad interrogativi non ancora formulati, o elaborati per noi da forze che conoscono la vera natura delle nostre ricerche. Così, mentre Gilles gira tutti i cinema di Parigi alla ricerca del viso in bianco e nero di chi gli ha dato la vita, incontra Mayliss, che è pronta a togliergliela. Sbocciato con Gli amanti di Louis Malle sullo sfondo, e incorniciato dalle pellicole di Truffaut, Antonioni, Fellini, il loro amore, illegittimo – lei è sposata – li consumerà lentamente dall’interno: una luce che riscalda prima di accecare.
Mayliss è diversa da Gilles (Lei ordinò un tè bollente, io una caraffa d’acqua con molto ghiaccio.), è una dea della negatività che trasforma gli stimoli amorosi in pulsioni mortifere, un continente di solitudine che va alla deriva, una silhouette sfuggente che Gilles vorrebbe stringere in eterno, a costo di far passare via la vita fuori dalla finestra, intrappolato nel letto che li ha visti amarsi; Mayliss è la voglia di amare e il senso di morte che accompagna questa voglia.

Éric Fottorino, giornalista e direttore di Le Monde, documenta tra la cronaca dei pensieri e il lirismo dei battiti la ballata eterna di Eros e Thanatos, senza tuttavia cadere nel facile cliché della storia d’amore nella città dell’amore. Baci da cinema (Nutrimenti) trasmette quel senso d’instabilità e di non-definizione proprio solo della grande poesia, o del cielo incerto di un pomeriggio d’autunno: in bilico tra la luce e l’oscurità, può in un attimo svelare i segreti del mondo o oscurarne le malefatte. Allo stesso modo, la spinta emotiva e dirompente della passione tra l’instabile Gilles e l’eterea Mayliss è mitigata dalla caccia di lui, un’indagine razionale che sprofonda nel noir e nella ricerca di identità. Trovare il volto della madre è indispensabile per afferrare la pace della stabilità.

In quest’ottica, il viaggio biografico alle origini della propria esistenza e quello sentimentale - che sembra portarlo alla sua inesorabile fine – si sovrappongono nella consapevolezza per cui è solo nell’impercettibile interstizio che separa Amore e Morte che risiede la serenità. In equilibrio, sempre a rischio di sovraesposizione.
Per il moto sinuoso con cui sia aggira tra la cinefilia e il romanzo d’amore, per due personaggi affascinanti che, a dispetto di una buona caratterizzazione rimangono sempre opachi, misteriosi come i divi di un passato in bianco e nero – l’enigmatica Mayliss è una donna odiabile ma indimenticabile –, per l’incanto nebbioso che avvolge la vicenda e l’originalità delle atmosfere, Baci da cinema, più che la statua perfetta potrebbe essere la luce che la circonda: indefinibile, mutevole, inafferrabile. Una forza che rivela o nasconde e che, come l’amore, può trasformare il peso della materia di cui siamo fatti, in un istante, da sublime ad insopportabile.

Informazioni
Éric Fottorino, Baci da cinema
Nutrimenti
2010, pp. 192, € 16,00


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