È una scrittura arida, rigorosa, dotata di grande tecnicismo e virtuosismo quella di Joy Williams, reputata una delle migliori romanziere americane contemporanee. Le sue narrazioni, per stile e temi, sono state paragonate a quelle delle sublimi Joyce Carol Oates, Alice Munro e Flannery O’Connor. Ora, dopo anni, viene tradotta in Italia per la prima volta grazie alla piccola casa editrice Nutrimenti attraverso I vivi e i morti, candidato al premio Pulitzer nel 2001, nonostante i suoi due libri precedenti The State of Grace e The Changeling, scritti negli anni Settanta, siano diventati in patria due libri di culto non sono mai stati tradotti nella nostra lingua. I personaggi creati da questa anomala narratrice palpitano sulla carta stampata in perfetta armonia con i luoghi di un’America dilaniata, abbrutita, da una natura asciutta, secca, che diviene essenza di una visione interiore più ampia.
Desolanti e aridi mondi nel deserto del sud-ovest degli Stati Uniti sono lo sfondo dei personaggi di questo romanzo. È il deserto ad essere il vero protagonista delle sue vicende, detentrici delle vite spezzate e lacerate di tre adolescenti che hanno in comune la mancanza delle figure genitoriali e in particolare hanno subito la dolorosa prova della morte della madre. Diverse come il sole dalla luna, Alice, Corvus e Annabel, sapranno vedere la vita e la morte attraverso le proprie personali prospettive. È proprio questo loro appartenere, pur nello stesso contesto provinciale, a mondi e visioni differenti a regalare al romanzo una spiccata armonia con le parole e i pensieri di una natura incontaminata ed esseri umani originali e veri. Niente sembra accomunare le tre giovani donne, né la religione, né il censo, né la speranza della loro quotidianità eccetto il dover fare i conti con i fantasmi della propria esistenza, solchi profondi e indelebili, inaccessibili per chi non ha provato e patito.
Silenzi composti dalla labilità di una frontiera liminale e atavica, dove spazi e luoghi vengono contornati da personaggi sopra le righe, grotteschi, adulti soli e abbandonati a se stessi, bambini che nascondono le loro capacità per meglio aderire al concetto che si ha di loro. Nel romanzo la ciclicità della vita e della morte acquisisce una funzione ribaltante e le attività naturali del singolo individuo acquisiscono un sottotesto controverso e sbilanciato verso tutto ciò che in apparenza non è.
Il testo di Joy Williams appare complesso e contorto, si dilunga in dettagli innumerevoli e a volte si appropria di una visione onirica e surreale che lo fa apparire un mescolamento di generi e una rielaborazione di molti di essi, tanto da apparire spesso indefinito. Nel suo interagire fra fatti, storie e individui racconta la vita: cruda, vera, reale in tutta la sua sconvolgente quotidianità eppure un romanzo non è mai sembrato tanto lontano da tutto questo.
La narratrice lascia così il lettore spiazzato, tanto che schemi, visioni e certezze linguistiche appaiono come pensieri sciocchi e superati. Al contempo, però, sembra che nel discernere, all’interno delle sue quasi quattrocento pagine, Williams non racconti nulla; la trama è implosa, i personaggi apparentemente non si evolvono e non compiono passi verso alcuna direzione. Sono impressioni e sensazioni che a volte esulano e discordano dalla bellezza dello stile e dal virtuosismo dell’impianto e che divengono solamente un’estetica fatta di parole, pur sempre belle e ricercate.
Joy Williams
“I vivi e i mortiâ€
Nutrimenti, 2010
€17,50



















