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“L’affare del secolo”. Intervista all’urbanista Paolo Berdini sui Piano Casa all’italiana

10 gennaio 2011 | By | Reply More
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Paolo Berdini è un ingegnere, svolge attività di pianificazione urbanistica e consulenza per le pubbliche amministrazioni nonché collabora con il quotidiano il manifesto. A lui abbiamo chiesto di guidarci nell’analisi del Piano Casa della Regione Lazio, anticipato da quello nazionale del Governo Berlusconi e da quello romano della Giunta Alemanno.

Quando la giunta Alemanno ha approvato il Piano Casa le opposizioni hanno parlato di piano edilizio. Lo stesso sta avvenendo ora con il Piano Casa Polverini così come era avvenuto per quello di Berlusconi. Cosa intendono i governi di centro destra per Piano Casa e quali sono le politiche in materia?

Ognuno di questi piani privilegia l’economia del mattone in modo speculativo a danno degli investimenti produttivi a cui sottrae risorse. Leggi che acuiscono la crisi produttiva favorendo la rendita urbana che non produce posti di lavoro. Per spiegare meglio questa affermazione basta considerare il fatto che il Piano Casa ti permette di aumentare del 50 per cento la cubatura di un immobile. Questo significa che a un capannone industriale alto sette, otto, nove metri, da cui è possibile ricavare tre piani di appartamenti, va aggiunto il 50 per cento delle cubature di bonus.
Di fronte a questa possibilità un imprenditore ha due strade: riconvertire in abitazioni il proprio capannone mettendo fine alla sua produzione ma garantendosi una rendita a lungo termine, oppure continuare la produzione investendo nella qualità e affrontando la concorrenza. Da un lato l’affare del secolo, dall’altro una strada rischiosa soprattutto in mancanza di sostegno della produzione da parte delle istituzioni pubbliche. Mi sembra chiaro quale sia la via più conveniente da intraprendere.

Per entrare nello specifico: quali sono le caratteristiche del Piano Casa della Regione Lazio?

Il Piano in esame va in due direzioni. La prima è spigata nella risposta alla domanda precedente: favorisce la riconversione delle attività produttive in edilizia a prescindere da dove è posizionata la struttura da riconvertire. Aperta campagna o a ridosso di un’autostrada, zona che in un paese civile non potrebbe essere abitata, non conta. La seconda fa emergere un fatto ancora più grave: il Piano regionale fa un regalo a chi ha una casa unifamiliare e allarga questo parametro anche alle zone agricole. Riprendendo la prima domanda questo è il medesimo processo avviato da Alemanno nel suo Piano Casa con la riconversione dei capannoni e delle rimesse agricole nella campagna romana. Anche qui vale lo stesso discorso fatto per l’apparato produttivo: nessuno più continuerà le attività agricole, poco remunerative e in gran parte dipendenti da aiuti pubblici, per dedicarsi alla speculazione immobiliare. Del resto l’Italia è un paese prigioniero della speculazione immobiliare.

Un’anomalia evidente nel Lazio e nella metro-regione Roma è il potere dei costruttori. Nelle ultime elezioni il legame tra i costruttori e la politica è emerso in maniera evidente. Una tra tutte la scelta di nominare Carlino, famoso immobiliare romano, Presidente della Commissione Ambiente della Regione Lazio.

La nomina di Carlino rappresenta uno dei tanti conflitti di interessi che caratterizzano il legame tra la politica e i poteri forti. Il fatto che Carlino controlli quasi un terzo delle compravendite immobiliari a Roma e che, nonostante questo, gli sia stato conferito un incarico pubblico influisce necessariamente sulla stesura e sull’applicazione delle leggi. Lo stesso conflitto lo riscontriamo nel campo dell’informazione: con tutti i soldi che i costruttori hanno guadagnato dalla speculazione immobiliare si sono comprati quasi tutte le testate giornalistiche e non mi riferisco solamente a quelle più influenti come il Messaggero, Il Tempo, Il Mattino o il Corriere della Sera, che ha parte delle quote nelle mani di Ligresti, ma anche a tantissime testate locali. Sono i padroni del mattone che impongono i temi in discussione non le condizioni oggettive. Per questo è necessario cercare di toccare questo monopolio. Un esempio tra tutti è la manifestazione di dicembre del reparto edile che ha visto sotto Montecitorio costruttori e sindacati insieme per rivendicare maggiori investimenti per un mercato che secondo loro è fermo mentre i dati forniti dal Cresme e dal Nomisma ci dicono che negli ultimi anni in Italia si è costruito tanto quanto negli anni del boom economico. Qualcosa nell’informazione non funziona. Nel ventennio appena trascorso è stata lasciata grande libertà all’iniziativa privata. La domanda è semplice: questo ha risolto il problema casa? No, anzi lo ha aggravato. Per questo dovrebbero ammettere che si è costruito troppo e chiudere con la stagione “privata” dell’edilizia aprendosi a quella sovvenzionata destinata a chi non ha reddito.

A Roma la consegna delle case popolari è ferma. Come si potrebbe risolvere l’emergenza abitativa in una città dove il pubblico fa solamente gli interessi del privato?

L’unica strada è quella di ribaltare i termini del ragionamento. Qualsiasi persona dotata di un minimo di onestà intellettuale dovrebbe convenire sul fatto che le pubbliche amministrazioni fanno gli interessi dei privati. In questo senso il pubblico non occupa più una posizione terza, nel caso dell’emergenza abitativa, mediatrice tra gli interessi dei costruttori e i bisogni degli aventi diritto a case popolari. Per questo solo attraverso forme partecipative intelligenti ed efficaci è possibile sperare di ribaltare il tavolo.

Oggi le amministrazioni pubbliche hanno di fatto sostituito la parola Case popolari con il termine housing sociale. Per risolvere l’emergenza abitativa è sufficiente parlare di housing sociale?

Assolutamente no. L’housing sociale assomiglia alle forme di finanziamento elargite alle famiglie negli anni ’60 e ’70 per permettere loro di avere una casa. Nell’Italia della crescita economica questa formula ha funzionato semplicemente per il fatto che una persona si poteva indebitare con un mutuo per pagare la propria casa perché era sicura di trovare lavoro e di ottenerlo a tempo indeterminato. Oggi, con il precariato e la distruzione del contratto nazionale chi mai può indebitarsi per comprarsi una casa attraverso l’housing sociale? L’unico modo per risolvere il problema dell’emergenza abitativa sarebbe quello di finanziare un  comparto di case per chi non ha reddito. Un dovere sacrosanto in uno stato di diritto a cui bisognerebbe aggiungere anche il reddito di cittadinanza. Invece, l’aver lasciato le città nelle mani di un’economia senza regole sta producendo dei mostri dove tutte le tensioni sociali che nascono non si risolvono più nel fatto che “siamo cittadini della stessa città e viviamo in un luogo comune” ma portano a pensare che “se ti posso calpestare lo faccio perché vivo nella più completa insicurezza”.

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Category: Attualità

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