Di cosa parliamo quando parliamo di… responsabilità (civile e morale)?

28 marzo 2011
di Flavio Camilli

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    Mentre gli affari esteri tengono ben impegnata l’opinione pubblica, tra la preoccupazione per il passaggio della nube tossica proveniente da Fukushima e il rischio (paranoide) di bombardamenti di un leader nordafricano ben lontano da vincere la sua battaglia, il Governo continua il suo percorso sul tema giustizia. La fretta, più che la correttezza, sembra essere il parametro principale. Ecco perciò l’approvazione in commissione Giustizia alla norma “Ghe-pini” (così battezzata dal centrista Roberto Rao per sottolineare malignamente quanto dietro la firma ufficiale dell’estensore leghista Gianluca Pini vi sia il prezzemolino avvocato del Premier Niccolò “Ma va là va là”, che prontamente smentisce) nell’ambito delle modifiche contenute nella legge Comunitaria, all’esame in Camera dei Deputati.

    L’emendamento proposto riguarda uno dei punti salienti della riforma della giustizia presentata dal ministro Alfano un paio di settimane fa: la responsabilità civile dei giudici. Se, secondo la legge (Vassalli) n.117 del 1988 una forma di risarcimento che provenisse direttamente dal portafoglio dei magistrati (ma anticipata dallo Stato) era prevista solo in caso di contestazione di “un dolo di colpa grave”, la richiesta di modifica auspica lo stravolgimento dell’enunciato: i giudici saranno civilmente responsabili nel caso in cui l’imputato ingiustamente condannato contesti una decisione “in violazione manifesta del diritto”. L’evidente tensione alla generalizzazione è un punto debole della norma come dell’intera riforma: già il ddl costituzionale demanda a legge ordinarie (per le quali è sufficiente l’approvazione della maggioranza di Camera e Senato) in più di una decina di casi. La “violazione manifesta del diritto”, inoltre, sembra una formula davvero eccessivamente interpretabile, la cui precisazione sarebbe di volta in volta circostanziale e determinabile grazie ad un nuovo dispendio di danaro pubblico già carente.

    Il dibattito, con le opposizioni ma soprattutto con l’Anm, si accende anche per il recente ok della commissione Giustizia alla riduzione da un quarto ad un sesto della prescrizione per i processi contro incensurati che sarà discusso in settimana alla Camera. Palomara, presidente Anm, sottolinea più volte quanto tutto ciò che si sta cercando di fare in materia di giustizia oscilli pericolosamente tra la legiferazione salva-premier e l’intento punitivo nei confronti della magistratura, accusata di persecuzione e più volte dispregiata con l’appellativo di “toghe rosse” dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

    Tuttavia, aldilà del dibattito politico, la responsabilità allargata potrebbe davvero minare forse più della prescrizione breve la possibilità di un esercizio oculato del mestiere di giustizia. Quale magistrato, per quanto irreprensibile, sarebbe davvero sereno nel prendere decisioni che, molto più spesso di quanto si pensa, rischiano di gravare sui suoi guadagni? Inoltre, se la contestazione di una sentenza scaturisce dal confronto con una decisione sullo stesso caso in un altro grado di giudizio (a seguito di ricorso) chi stabilirà quale dei due giudici ha “toppato” ed è destinato al risarcimento? Si vuole edificare sulle sabbie mobili.

    Agire su questioni di ordine tecnico è pericolosissimo: se il tira e molla (accorciamo al prescrizione, allarghiamo la responsabilità civile, cosa allunghiamo oggi?) in materia di giudizio suona sempre più, da entrambe le parti, come un tiro alla fune volto a gettare l’avversario nel fango più che ad assicurarsi che la corda rimanga ben tesa, si rischia di cadere nel ridicolo. Da una parte c’è un esecutivo che prima cerca in tutti i modi di evidenziare come i provvedimenti, soprattutto quelli contenuti nella riforma costituzionale della giustizia, siano assolutamente lontani dagli interessi del Premier ma che poi si concentra sull’elemento che possa nell’immediato colpire più da vicino i magistrati (dov’è, ora, l’urgentissima separazione delle carriere, quella sì materia di controversia vera, che solleva cioè una nevralgia nell’ordinamento?) che avvertono la manovra, forse a ragione, come punitiva; dall’altra troviamo un sindacato ed una “casta” che non cede di un millimetro, che chiude al dialogo a priori dimostrandosi anche piuttosto carente in ambito di strategia di comunicazione. Chi risulterà più attendibile, per il cittadino medio ignorante in materia di diritto? Chi millanta cambiamenti sotto la bandiera dell’uguaglianza delle professioni (eloquente la recentissima battuta del Ministro della Giustizia, che invita i giudici ad assicurarsi come i medici) o chi si blinda nella roccaforte di quelli che, forse ingiustamente, possono sembrare arcaici privilegi?

    C’è da dire che se gli altri focus della riforma potrebbero essere oggetto di accesi scambi d’opinione, sulla protesta contro la responsabilità civile non vi è molto da eccepire: il rischio di un giudizio viziato dalla paura, di un sentenziare difensivo che antepone l’interesse dei propri beni a quelli del cittadino o peggio, la possibilità che per timore criminali – o ingiustizie – di ogni tipo vengano trattati con indulgenza è uno spettro troppo potente con il quale fare i conti.

    Intanto martedì il Csm inizierà l’analisi dell’emendamento Pini per poi esprimersi in merito mentre la commissione Bilancio darà un parere sugli effetti finanziari (non trascurabili) della sua eventuale applicazione.

    Seppur di carattere squisitamente popolare e lontanissima dalla sacralità dei palazzi, ci sarebbe da considerare anche la vecchia questione della credibilità, forse eccessivamente sottovalutata ed etichettata come irrilevante, retorica e perché no idealista: infondo ad Alfano e a chi tenta di portare avanti il discorso sulla giustizia, aldilà della legittimità dei cambiamenti che si vorrebbero apportare, va un po’ della nostra comprensione, perfino simpatia. È necessario, infatti, un certo coraggio (per non dire altro) per tirare costantemente in ballo la dea con la bilancia quando due giorni della settimana del proprio presidente del Consiglio (la domenica per la preparazione, il lunedì per la presenza in aula) sono occupati da processi in atto su cui è chiamato a rispondere. Senza contare che, nella maggioranza, sono recentemente spuntati altri loschi figuri che brandiscono il concetto di responsabilità: sono, appunto e con iperbole fantasiosa, I Responsabili, il gruppetto (allargato of course) che il 14 dicembre scorso ha salvato l’esecutivo votando la fiducia, a seguito di una non meglio precisata manovra di compravendita di voti mescolata con improvvisa fulminazione sulla via di Montecitorio. Si tratta degli stessi personaggi che ora, a seguito della nomina a Ministro dell’Agricoltura di Saverio Romano, hanno iniziato il gioco della poltrona per occupare qualche seggio determinante a garantire a loro qualche privilegio arraffato e alla maggioranza un po’ di stabilità. Forse, seriamente, il fraintendimento è alla base. Carver avrebbe parafrasato: di cosa parliamo quando parliamo di… responsabilità?
    Le risposte sono non solo confuse ma anche contraddittorie. Come minimo.






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