Referendum sul nucleare, gli italiani hanno scelto 24 anni fa

11 aprile 2011
di Chiara Poladas

Le centrali nucleari in Italia

Il 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a votare quattro quesiti referendari.

Il quesito numero 3 concerne l’abrogazione parziale del decreto legge del 25 giugno 2008 (convertito in legge con modifiche successive) che riguarda le “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributariaâ€.

In Italia lo sfruttamento dell’energia nucleare ha avuto luogo dal 1963 al 1990, tanto da risultare nel 1966 il terzo produttore al mondo, dopo USA e Inghilterra. La prima centrale elettronucleare fu costruita a Latina, cui seguì quella di Sessa Aurunca e quella di Trino. Nel 1970 venne approntato l’impianto di Caorso, mentre nel 1982 fu installata l’ultima centrale italiana a Montalto di Castro.

Nel 1986 il disastro di Cernobyl portò il mondo intero ad interrogarsi sia sulla sicurezza che sui benefici del nucleare. A tal proposito il Partito Radicale, il Partito socialista e il Partito liberale proposero due referendum, tra cui quello sul nucleare, suddiviso a sua volta in tre quesiti distinti: Abrogazione dell’intervento statale se il Comune non concede un sito per la costruzione di una centrale nucleare (voti favorevoli: 80,60%); Abrogazione dei contributi di compensazione agli enti locali per la presenza sul proprio territorio di centrali nucleari o a carbone (voti favorevoli: 79,70%); Esclusione della possibilità per l’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero (voti favorevoli: 71,90%).

Alla luce dei risultati il Governo procedette alla chiusura e alla successiva riconversione delle centrali italiane, abbandonando di fatto il ricorso all’atomo come fonte di approvvigionamento energetico.

Tuttavia, negli anni successivi, si è tentato di tornare ad una produzione elettronucleare, postulando una “ Strategia energetica nazionale†ai sensi dell’articolo 7 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 e successivamente regolato dagli articoli 25, 26 e 29 della legge 23 luglio 2009, n. 99 e con il decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31. La legge del 23 luglio 2009 (che conferisce la delega al governo sulla riapertura di siti nucleari sul territorio nazionale) è stata impugnata da 10 regioni italiane, ricorso rigettato poi dalla Consulta. Pertanto, l’Italia dei Valori, il 9 aprile 2010, ha presentato un referendum abrogativo sul nuovo programma elettronucleare messo appunto dal governo Berlusconi.

Il referendum abrogativo è disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione italiana. L’istituto rappresenta una delle forme di partecipazione diretta dei cittadini al processo legislativo: infatti l’Ufficio centrale per il referendum presso la cassazione verifica e proclama i risultati del referendum: se è favorevole, il Presidente della Repubblica emana un decreto col quale dichiara abrogata la legge o la parte di legge sottoposta alla consultazione. C’è da domandarsi perché, alla luce dei risultati del 1987, la volontà popolare (sovrana) sia stata non solo ignorata ma concretamente sovvertita. In un sistema rappresentativo, qual è quello italiano, il referendum è uno dei pochissimi strumenti legislativi in mano ai cittadini, per cui, l’emanazione di un decreto legge di forza contraria a quella sancita dal voto popolare determina di fatto lo svuotamento del potere di deliberazione che i padri costituenti misero in mano al popolo italiano.

Come se non bastasse, nei giorni scorsi, il Consiglio dei Ministri ha varato una moratoria che “dispone la sospensione, per un periodo di 12 mesi, delle procedure riguardanti la localizzazione e la realizzazione di centrali e impianti nucleari sul territorio italiano”. Uno stop aspramente criticato dall’Opposizione, dalle associazioni ambientaliste, nonché dai comitati promotori del referendum, che denunciano il tentativo di vanificare non solo il significato del referendum ma di indurre addirittura gli italiani a rinunciare alle urne e a godersi una giornata di sole. Di fatti il mancato accorpamento della giornata referendaria alle elezioni amministrative che si terranno il 15 e il 16 maggio fa nascere il sospetto di un tentato boicottaggio per non raggiungere il quorum. E’ stata la stessa Greenpeace a proporre l’Election Day, proprio per consentire un risparmio stimato in 400 milioni di euro, da donare magari alle popolazioni terremotate del Giappone.

Ancora una volta emerge una distanza abissale fra quello che i cittadini esprimono (o hanno espresso in passato) e gli atti posti in essere da coloro che governano questo paese. I cittadini votano, delegando le loro volontà ad altri e se poi hanno il diritto di manifestare le proprie opinioni e attribuire loro forza di legge attraverso l’istituto referendario, perché stravolgere, se non abrogare quella che è l’imprescindibile inalienabilità della sovranità popolare?

Share





//MURALES