Legalità e giustizia: “beni” superiori e stress del diritto

18 aprile 2011
di Flavio Camilli

Un ordinamento giuridico bistrattato ma del quale si riconosce la forza. Dal processo breve alla concussione ambientale, è giusto che sia continuamente stressato da interessi personali o dal bene superiore?


Il 13 aprile la Camera dei Deputati ha approvato con 314 voti favorevoli e 296 contrari il ddl sul processo breve (che il premier Silvio Berlusconi preferisce chiamare “processo europeo”).
Proprio il Presidente del Consiglio, imputato per compravendita di diritti televisivi, corruzione, concussione e prostituzione minorile ha poi recentemente etichettato i magistrati italiani come “eversori” per poi ammettere quanto abbia a cuore che il decreto che ora è in esame al Senato divenga legge.
Il guadagno, in questo caso, è oramai noto: il processo Mills cadrebbe in prescrizione.

Interessante, aldilà delle ovvie considerazioni politiche, è soffermarsi sull’accenno continuo al richiamo europeo, all’uniformarsi a quegli standard che si dà per scontato siano puramente qualitativi – succedeva anche per la separazione delle carriere di giudici e magistrati – e ai quali sembra obbligatorio chinare il capo.
È certamente vero, come dimostra la triste cronaca politica dell’affaire Lampedusa, che l’Italia proprio dentro a quest’Europa cattiva che nega aiuti e si barrica in fondamentalismi appellandosi a quisquilie marginali di trattati e accordi firmati e controfirmati dalle istituzioni della nostra penisola, non è.

Ma perché?
Berlusconi lo disse più o meno chiaramente quando presentò la riforma della giustizia che sta mettendo a soqquadro il parlamento e gonfiando le vene del collo di Luca Palamara (Anm): il sistema giudiziario italiano è retrogrado, vecchio, sa di muffa. Va rinnovato. E perché non farlo, parafrasando la sua storica descrizione del conflitto di interessi, cercando di portare a casa qualche vantaggio? Se facendo il bene di tutti, faccio anche il mio, che sono uno dei tutti, non vedo dove sia il conflitto di interessi…

Il punto, tuttavia, aldilà del riso amaro che possono far scaturire determinate affermazioni è di matrice etico-giuridica.
La Costituzione che le opposizioni brandiscono ormai ad ogni votazione è un corpus di leggi di insindacabile bellezza, e lo stesso Codice Rocco, il codice penale in vigore dal 1930, ha un’efficacia che dura negli anni, tant’è che non è mai stato soggetto a modifiche sostanziali.
Perché, allora, vien da chiedersi, il sistema giuridico italiano è continuamente sottoposto a stress e forzature?
E non dovrebbe un apparato del genere rivelare la propria forza e compattezza proprio sotto la pressione delle istituzioni che cercano di adattare la legge ai tempi o (ma non vogliamo crederlo) ai propri interessi?

Tutto ciò, comunque, non è storia nuova: già per Mani Pulite il rigorismo attuato dai magistrati dell’epoca (tra i quali, non dimentichiamolo, figurava anche Antonio Di Pietro) ha portato il nostro ordinamento a mutazioni sostanziali volte a raggiungere un determinato scopo. Il reato di concussione ambientale, ad esempio, è un prodotto di quegli anni, atto ad incriminare comunque, pur per ragioni non vere, gli imprenditori coinvolti.

La concussione, maggiore dei reati contro la pubblica amministrazione, è disciplinata dall’art. 317 del c.p.: compie reato di concussione “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità e dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità”.
Cosa succedeva, in soldoni?
Si prendevano gli indagati per corruzione per i quali le prove scarseggiavano e gli si diceva che, se avessero collaborato, ci sarebbe stata la possibilità di permutare l’accusa in concussione ambientale, un’aberrazione a livello giuridico, che trasforma, di fatto, il colpevole in vittima.
Gli eventuali imputati non erano più coloro che avevano abusato del proprio potere per percepire denaro illecito, ma i poveri uomini che, soggetti a determinate condizioni “ambientali” derivanti da pratiche non scritte ma consolidate, erano costretti ad agire compiendo reati perseguibili penalmente (acquisizione di illeciti pecuniari o di altra natura).

E questo è solo uno degli esempi. Potremmo mettere nel calderone delle modificazioni al diritto per un “bene superiore” anche l’uso improprio delle intercettazioni telefoniche (che , ricordiamo, possono essere considerate all’interno di un processo solo come prove di un reato e non come momento in cui un eventuale reato emerge) così come – indipendentemente dalla natura del fine superiore perseguito – anche le varie prove di legittimo impedimento, l’appellarsi ad una dubbia improcessabilità e perché no, per certi aspetti concernenti le ragioni della sua proposta, la riforma della giustizia.

Il punto è questo: il diritto è un prodotto umano, la giustizia no. Lo scopo del primo dovrebbe essere la seconda. Ma come si può disegnare Dio se gli occhi degli esseri umani non potrebbero sopportarne la visione?
La contraddizione è tutta lì e la soluzione, ancora e sempre, è nella scelta.
Sta ad un’istituzione sana capire quando, e se, l’ordinamento giuridico accettato, riconosciuto e condiviso dalla popolazione e dalle sue rappresentanze può o deve essere stressato e modificato per arrivare a “catturare” qualcosa che vi si pone al di fuori, che sarebbe irraggiungibile se ci si attenesse alle regole in senso stretto e alle parole senza poterle interpretare.
È ovvio che si tratta di un’arma a doppio taglio, al servizio dei fans di un’idea di giustizia che si fa sempre meno opinabile ma anche ai suoi detrattori, che della donna con la bilancia hanno un concetto a dir poco personale.
A volte è necessario ricordarsi che la Costituzione non è la Dike, anche se le piacerebbe. In fondo, però, essendone figlia diretta almeno nelle intenzioni, potrebbe perdonarci se, di tanto in tanto, dessimo ascolto alla madre, anche ricorrendo a mezzi non proprio “diritti”.

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