Acea, acque “reflue” scaricate nel Tevere

2 maggio 2011
di Maria Veronica Salemi

Uno scandalo ha recentemente coinvolto l’Acea in relazione alla depurazione delle acque, culminando con il sequestro di un depuratore, quello di Roma Nord: la centrale che serve circa ottocentomila romani e numerosi comuni laziali.
La procura di Roma, su iniziativa del Pubblico Ministero Rosalia Affinito, ha aperto un’inchiesta ai danni della multiliutility Acea Ato2, rea di aver immesso direttamente nel fiume Tevere diverse quantità di acque reflue(nome tecnico con cui vengono indicate sia le acque piovane che quelle provenienti dagli scarichi fognari urbani).
La vicenda ha avuto origine all’inizio di marzo, quando sarebbero giunte nel Bacino di Roma Nord delle autobotti contenenti liquami e fanghi provenienti dal comune di Rocca di Papa.
Poiché la capacità di smaltimento dell’impianto di depurazione situato nella centrale di via Flaminia era stata di gran lunga superata, tali acque sono state direttamente versate nel Tevere senza aver subito alcun tipo di trattamento. Pochi giorni dopo, a seguito di un intervento del Corpo Forestale dello Stato per verificare l’entità del danno ambientale, il depuratore è stato posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria.
D’altra parte, stando a quanto afferma un rapporto del CNEL(Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), il versamento delle acque reflue in un corso d’acqua può provocare notevoli danni ambientali: oli, grassi e acque nere versati direttamente in un corpo idrico superficiale provocherebbero sull’ambiente un impatto’devastante’.
Ciò che è accaduto, a parere di molti, non è altro che l’acutizzarsi di un problema che da tempo coinvolge il sistema di depurazione delle acque gestito da Acea Ato2, cresciuto smisuratamente negli ultimi anni fino ad inglobare 75 comuni. La conseguenza inevitabile è stata una saturazione della capacità degli impianti di smaltimento e un enorme aumento dei costi di gestione; situazioni che hanno portato alla ricerca di soluzioni alternative come, ad esempio, lo smaltimento dei fanghi a distanze di più di 500 km dal loro luogo di produzione. A questo bisogna aggiungere l’inefficienza dei depuratori di molti comuni laziali, come Monterotondo, Valle Linda, Nazzano, Castelnuovo di Porto, già oggetto, negli anni addietro, di misure sanzionatorie da parte dell’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) e della magistratura.
La legge Galli, secondo la quale il gestore che acquista impianti non a norma è tenuto a renderli adeguati, lascia pochi dubbi circa la responsabilità di Acea in questa vicenda.

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