Acqua, dal rubinetto è meglio

6 giugno 2011
di Lorenzo Pasqualini

Maggiori controlli, limiti massimi di concentrazione degli elementi chimici dannosi più bassi oltre a un minor impatto ambientale: le acque di rubinetto, salvo casi specifici, danno più garanzie


L’Italia è il principale consumatore di acqua in bottiglia al mondo. Esistono nel nostro paese circa 260 marche di acque minerali naturali, per un giro d’affari di miliardi di euro. Milioni di persone comprano ogni giorno quantità enormi di acqua da bere nei supermercati e nei negozi, usando invece l’acqua di rubinetto soltanto per fini domestici.

Eppure l’acqua che esce dai rubinetti gode, in confronto a quella imbottigliata, di maggiori garanzie e controlli. Si tratta perciò di uno dei paradossi italiani, alimentato purtroppo da una pubblicità invasiva che ha convinto negli ultimi decenni milioni di italiani della miglior qualità dell’acqua minerale rispetto a quella di rubinetto.

Si tratta di un clamoroso falso, almeno per la maggioranza dell’acqua di rubinetto fornita in Italia. Esistono casi specifici e circoscritti in cui l’acqua di rubinetto ha effettivamente dei problemi, a volte per difetti dell’acquedotto locale altre volte per concentrazioni di elementi chimici che in quella determinata zona superano i valori limite. Un esempio è quello dell’alto Lazio, dove i parametri di arsenico superano quelli massimi consentiti a causa della natura vulcanica degli acquiferi della zona, e di casi del genere ce ne sono vari un po’ in tutto il paese.

Tuttavia si tratta di casi circoscritti: l’acqua di rubinetto, quella cioè proveniente dagli acquedotti del sistema idrico nazionale, gode di controlli maggiori e può essere quindi definita in generale come un’acqua più sicura e comunque non peggiore di quella minerale naturale.

Innanzitutto, le acque di rubinetto vengono trattate dalla legislazione italiana in modo diverso da quelle minerali. Le prime vengono definite “acque ad uso umano”, mentre le seconde, definite appunto “acque minerali naturali”, vengono considerate acque medicamentose, aventi cioè delle particolari proprietà chimiche che le rendono particolarmente utili per determinati tipi di cure.

Proprio per questa loro diversa natura sono regolamentate in modo differente.  Innanzitutto le acque ad uso umano, quelle di rubinetto, vengono controllate con una cadenza maggiore rispetto a quelle minerali. I valori massimi ammessi per diversi elementi sono inoltre più bassi rispetto a quelli accettati nelle seconde, garantendo una maggior sicurezza. Questa particolarità si è andata attenuando negli ultimi anni con la nuova legislazione.

La differenza di concentrazioni limite è andata infatti avanti per molti anni, in virtù di un decreto del 1992 (D.M. .542/1992) che regolamentava i valori consentiti nelle acque minerali. In base ad esso ad esempio l’arsenico veniva accettato fino a livelli di 50 µg/l, mentre nelle acque potabili il valore massimo era (ed è) di 10 µg/l.

Stessa cosa avveniva per il cadmio, per il manganese, il sodio e altri. Venivano accettati dei valori maggiori rispetto a quelli dell’acqua di rubinetto, proprio per il fatto che quelle acque sarebbero dovute servire per fini medicamentosi e non destinate a tutti.

Questo paradosso è durato per molti anni, nonostante le denunce di singoli cittadini, giornalisti ed esperti nel settore delle acque; peraltro il superamento dei limiti massimi andava contro le più recenti direttive europee e come spesso accaduto all’Italia per altri ambiti, l’Europa ci ammonì per questa incongruenza.

Finalmente con un Decreto Ministeriale del 2003 anche l’Italia ha recepito la direttiva europea 2003/40/CE e ha riformulato le tabelle abbassando le concentrazioni massime per le acque minerali, eguagliandole o avvicinandole con quelle dell’acqua di rubinetto. Ad esempio la concentrazione di arsenico massima è scesa a 10 µg/l e sono scesi anche i valori relativi al manganese ed altri elementi.

Tuttavia rimangono delle incongruenze. A parte l’assenza di limiti massimi per alcuni elementi come il ferro e l’alluminio, il valore di molte sostanze non va inserito obbligatoriamente sull’etichetta. Un fatto che invece creerebbe maggiore trasparenza. Se guardiamo le etichette delle minerali compaiono infatti solo gli elementi cosiddetti maggiori, presenti cioè in maggior quantità. Quelli minori, presenti in concentrazioni di µg/l invece che di mg/l, non compaiono, nonostante gli studi sempre in aggiornamento sulla geochimica dell’acqua mettano in risalto che anche piccolissime concentrazioni di determinati elementi possono diventare pericolose se assunte per lunghi periodi di tempo. Inoltre per quanto riguarda i nitrati, sulle etichette non viene specificato che concentrazioni superiori a 10 mg/l non sono indicate per i bambini. Questo fatto viene indicato unicamente nel decreto, ma non viene scritto sulle etichette, come se il diritto di informazione ai cittadini non fosse una cosa fondamentale. Eppure nelle acque minerali il contenuto di nitrati può arrivare fino a 45 mg/l (50 mg/l in quelle di rubinetto), possibile che nessuno lo indichi sull’etichetta?

Campagna a favore dell'acqua di rubinetto

Un’altra lancia spezzata in favore delle acque di rubinetto è il discorso ambientale: le acque confezionate e vendute in plastica costituiscono un peso enorme sull’ambiente. Ogni anno si consumano infatti decine di migliaia di tonnellate di plastica per imbottigliarle. Inoltre i milioni di litri d’acqua “prodotti” ogni anno vengono trasportati attraverso il paese prevalentemente su gomma, fatto che produce un ulteriore inquinamento.

Con questo discorso non si vuole negare che le acque di rubinetto non abbiano problemi talvolta anche seri. Oltre ai casi purtroppo diffusi nel nostro paese, in cui il valore di un singolo elemento sfora sulla concentrazione limite (in questi casi però l’informazione da parte delle amministrazioni è obbligatoria), c’è da considerare un fatto che pochi considerano: se l’acqua che arriva nei nostri acquedotti è molto controllata, è anche vero che lo è soltanto fino alla congiunzione con le tubazioni della proprio abitazione. Queste dovrebbero essere sostituite con una certa periodicità, per evitare che l’acqua “si sporchi” negli ultimi metri di tragitto.

Si può concludere comunque dicendo che l’acqua di rubinetto è un modo di consumare acqua a “km zero”, senza impattare sull’ambiente con trasporti e plastica, un modo peraltro sicuro e garantito da controlli più stringenti e da una legislazione più severa, fatta eccezione di casi specifici. E’ dovere della cittadinanza pretendere che l’acqua di rubinetto, nel caso non sia buona, raggiunga i parametri dovuti attraverso un miglioramento della sua gestione  e pretendere anche che la sua gestione sia garantita dalla collettività, dai contributi che ognuno versa allo Stato, perché si tratta di un bene comune che deve essere accessibile a tutti.

Per questo, oltre a bere acqua di rubinetto, è importante andare a votare “si” ai referendum del 12 e 13 giugno.

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