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Che cos’è il Piano Nomadi di Roma? Giusy D’Alconzo svela l’arcano

6 giugno 2011 | By | Reply More
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Molti di Loro fanno parte di Noi. Probabilmente la frase è sgrammaticata, non si sa bene quale sia il soggetto e chi siano questi Loro e di cosa dovrebbero far parte in fondo, però rende bene l’idea. Perchè è questa la situazione in cui vivono i migliaia di Rom e Sinti presenti in Italia. Si fa presto a puntare il dito, a dire che i Rom rubano – eppure bisognerebbe ricordare che “Non hanno mai rubato tramite banche” come disse Fabrizio de Andrè – si fa presto a dire “Non sono razzista, ma gli zingari non li sopporto proprio”, si fa presto ad ascrivere ad un popolo, ad un’etnia, alcune caratteristiche comuni, che poi dovrebbero caratterizzare ogni singolo appartenente. Così ai Rom viene dato il gene della delinquenza dal sentire comune. Per questo nessuno protesta quando le loro baracche vengono buttate giù, senza consultazione e senza avergli offerto prima una soluzione alternativa, proprio come accade per via del Piano Nomadi varato nella Capitale. Molti di Loro fanno parte di Noi: sono in Italia da generazioni, la maggior parte si sono stanziati, sono cittadini romani, italiani ed europei, eppure non hanno gli stessi diritti di tutti gli altri, eppure non ha le stesse possibilità di tutti gli altri. Imprenditori italiani, prendereste mai un Rom a lavorare? Non fate quelle facce, per favore. Allora abbiamo sentito Giusy D’Alconzo di Amnesty International, per sapere cosa ha in serbo la nostra beneamata città per la popolazione Rom. Perchè, a quanto si dice in giro, sembra che abbiano un Piano, lanciato nel 2009 e attuato, almeno in parte, nel 2010, un Piano per i Nomadi, un Piano Nomadi, di cui non si capiscono bene i contorni. Infatti chi sono questi Nomadi? Si parla forse di Rom e Sinti, o di un tentativo di riqualificare il rock italiano? Vediamo cosa ha da dirci la D’Alconzo, in merito.

Giusy D'Alconzo, direttrice dell'Ufficio Campagne e Ricerche di Amnesty International Italia.

Emergenza Nomadi, grazie a queste due parole il governo ha conferito al prefetto di Roma, ma non solo, il potere di decidere sulle vite di migliaia di Rom e Sinti. Secondo lei si può effettivamente parlare di emergenza e di nomadi per tutte le persone coinvolte nel piano varato nella Capitale?

Entrambi sono termini molto significativi: il primo ha un valore giuridico, il secondo ne ha uno culturale. Perchè parliamo di Emergenza Nomadi? Anzitutto perchè ne parla il governo dal 2008. L’atto sulla base del quale operano i sindaci e i prefetti dei comuni in questione,  che sono stati inclusi in questa dichiarazione dello stato di emergenza, perchè di quello si tratta, è appunto un atto del governo centrale, del Ministro dell’Interno in particolare. Questo strumento legislativo consente ai prefetti dei poteri speciali: possono agire in deroga alle norme ordinarie in quanto commissari straordinari. Tuttavia la sua applicazione, è brutto dirlo, è prevista in caso di calamità naturali. In Italia, ultimamente questa legge viene utilizzata in molti modi diversi. Dal punto di vista dei diritti umani, vanno messi in risalto quelli che riguardano i migranti – come nel caso delle politiche di detenzione in frontiera – e i Rom, appunto. Il messaggio estremamente pericoloso che potrebbe passare è che queste popolazioni siano un’emergenza, una calamità! Nomadi, invece è un termine che denuncia un approccio sbagliato delle istituzioni a queste persone. Rom e Sinti, non solo a Roma, non solo in Italia, ma anche in Europa sono perlopiù ormai popolazioni stanziali ed è una minoranza di loro, di cui vanno comunque garantiti i diritti, che continua ad adottare uno stile di vita nomade. È giusto dire che l’Emergenza Nomadi è una dicitura che non promette bene.

Che differenza c’è tra uno sgombero e uno sgombero forzato?

Volendo semplificare, uno sgombero è un atto in cui viene chiesto a delle persone di liberare un terreno di proprietà pubblica o privata, sul quale questi non hanno titolo di restare. Diventa forzato quando viene loro imposto di andare via, in modi che possono variare a seconda delle parti del mondo in cui la misura viene applicata. Si tratta di una realtà che si può riscontrare ovunque, dai paesi più industrializzati a quelli più poveri. Ci sono delle costanti che accompagnano gli sgomberi in maniera abbastanza regolare: manifestazioni a livello internazionale – come le olimpiadi e i mondiali di calcio ad esempio – e la costruzione di infrastrutture, le cosiddette grandi opere. Quello che dicono gli standard internazionali è che lo sgombero forzato è una misura che va applicata solo in casi di estrema gravità e comunque senza passare sopra alcuni diritti fondamentali. Se delle persone hanno stabilito in un posto la loro residenza, non si può cacciarle via dal giorno alla notte, senza consultarle e senza nemmeno offrirgli una sistemazione alternativa. Si tratta di principi che prescindono dal diritto di proprietà, considerano la casa come uno spazio privato in cui si svolgono i propri affetti, che va comunque tutelato. Se non ci sono queste condizioni lo sgombero è illegale.

Già da qualche anno Amnesty Italia sottolinea le violazioni dei diritti umani delle persone coinvolte nel  Piano Nomadi varato dal Comune di Roma. Ci vuole spiegare in cosa consisterebbero queste violazioni?

L’iniziativa è stata annunciata nel 2009 e attuata poi nel 2010 e sin dall’inizio noi di Amnesty abbiamo detto che ci sembrava buono il fatto che ci fosse un piano, una risposta, ma che la risposta giusta non era sicuramente quella data dal Comune di Roma. Fin dall’inizio è mancato l’aspetto della consultazione dei diretti interessati, che in molti casi non sapevano neanche che il piano esistesse. Si continuava e si continua a presentare il progetto come un modo per risolvere i problemi del resto della popolazione, quando in realtà riguarda solo i Rom, che ne sono coinvolti in prima persona. L’approccio alle soluzioni alternative è totalmente sbagliato: a questa gente si continuano a proporre sempre e solo campi. Non si capisce il perchè di questa scelta. Ora, Amnesty non è un’associazione di antropologi e non si arroga il diritto di dire cos’è meglio per i Rom, pensiamo solo che stia a loro decidere dove vogliono vivere. Ci sono stati tuttavia, nell’ultimo periodo, dei miglioramenti: un tentativo di consultazione a Tor de’ Cenci,  ad esempio. Rispetto alla presentazione del piano, le cose vanno meglio, ma è ancora troppo poco quello che si fa.

Quanto pesa nella situazione odierna la campagna elettorale dell’attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno, che verteva per la maggior parte sul concetto “fuori i rom dalla nostra città”?

Guarda, in realtà l’approccio sbagliato al tema dei Rom è trasversale e non dipende unicamente dal credo politico. È chiaro che le campagne elettorali sono sempre un momento delicato per i diritti umani, soprattutto per il linguaggio che si usa, perchè i politici di tutto il mondo sanno che puntare sull’intolleranza, puntare sulla paura porta voti nel breve termine. Queste politiche però nel lungo termine si rivelano un autogol, perchè non danno i risultati i promessi. Il sindaco Alemanno sul linguaggio utilizzato durante la campagna elettorale ha molte responsabilità, come le hanno molti altri politici. Anche perchè si fa un po’ fatica a capire chi in Italia si stia occupando dei diritti dei Rom in questo momento.

Quali criteri saranno seguiti nell’assegnazione di una determinata famiglia a un determinato campo? Verranno rispettate le volontà degli interessati e le appartenenze etniche? Che ne sarà di coloro che ne resteranno fuori?

Sul cartello tenuto in mano dal signore al centro "Per favore qualche spicciolo per le politiche sociali".

Non abbiamo una risposta a queste domande per un duplice motivo: da un lato Amnesty è ancora impegnata in un’attività di ricerca sul campo; dall’altro c’è poca trasparenza da parte delle istituzioni. Non è chiaro cosa succederà a a coloro che resteranno fuori dal Piano, non si conosce nemmeno il loro numero preciso, perchè non si sa come sia stato ricavato quello fornito dal Comune. Crediamo ancora una volta che il coinvolgimento diretto sia l’unica via: non si possono fare le politiche al di sopra delle teste delle persone.

Quant’è difficile per un Rom trovare un lavoro e dunque una dimora stab ile a Roma ?

Nella maggior parte dei paesi d’Europa i Rom vivono in un circolo vizioso fatto di povertà, emarginazione e discriminazione. Se li considera come un popolo che per definizione ruba i bambini e compi e ogni genere di nefandezze, in cui nessuno si vuole integrare e tutti per cultura vogliono vivere nei campi, questo ovviamente porta ogni singola persona ad essere associata a una simile immagine. Il tutto provoca un problema nella ricerca del lavoro, che provoca povertà, che provoca una minore capacità di difendersi in caso di discriminazione e provoca a sua volta quell’ulteriore emarginazione, perchè i Rom sono poveri e i poveri devono esser tenuti a distanza dal centro abitato. Queste cose si alimentano a vicenda finchè non si ha il coraggio di spezzare il circolo vizios o in cui loro vivono. Dobbiamo avvicinare le persone più fragili al nucleo sociale, facendo l’esatto contrario di quello che si è fatto fino ad oggi. I Rom vengono messi sempre più lontano, fuori dal Raccordo Anulare, fino al momento in cui incontrano un altro comune che non li vuole. Non si integra un gruppo di persone, relegandole ai margini della cittadinanza attiva. Anche a parità di condizioni per un Rom diventa comunque difficile trovare lavoro, perchè su quella persona obiettivamente pende uno stigma.

Quali sono le condizioni in cui versano i campi Rom autorizzati nella capitale?

Le informazioni che ci provengono dalle altre organizzazioni ci dicono che lì si sono ammassati tutti quelli che facevano parte dei piccoli insediamenti distrutti. Si capisce allora che la situazione di quelli esistenti, non è certo migliorata. Il Piano Nomadi procede a due velocità: mentre gli sgomberi vanno avanti, la creazione di nuovi luoghi è del tutto assente. Anche all’interno di una logica che non ci piace c’è una contraddizione. Perchè continuare a sgomberare, se i nuovi luoghi promessi dal piano non sono stati costruiti? Ci sono 200 piccoli insediamenti che il piano prevede di abbattere. A settembre il sindaco ha detto che avrebbe sgomberato 5 campi a settimana. Bisogna cambiare rotta, questo non dipende certo dall’ideologia politica, conviene a tutti aprire un processo di inclusione sociale, per non avere un nucleo estraneo ai margini della città, molto più povero del resto della popolazione e con una vita media di dieci anni inferiore a quella dei non-Rom.

Continua a leggere l’inchiesta!

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Category: Attualità, Roma

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