L’oblio di quel non luogo che è Ostiense

6 giugno 2011
di Danilo Supino

Da quattro anni ormai la Stazione Ostiense è centro di ritrovo di numerosi afghani in transito per il nord Europa. Alcuni rischiano di rimanerci per mesi in precari luoghi abitativi.


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L'ingresso della tendopoli (foto di Antonio Quaglia)

“Io ho due gambe. Tu hai due gambe. Io ho due braccia. Tu hai due braccia. I cuori sono di carne o di pietra? Il mio è di carne. Il tuo?…e quello dei governanti?â€. È la frase con cui mi salutò al termine di una chiacchierata, Weis, un uomo sulla quarantina, afghano e rifugiato politico. Andammo ad incontrarlo, circa un anno fa, lo scorso luglio, nei pressi dell’Air Terminal Ostiense, dove c’era una baraccopoli abitata da uomini, donne e minori di nazionalità afghana. Quel “non luogo†ora non c’è più. A pochi giorno dal nostro incontro, alla presenza dei volontari delle onlus che alleviarono quel loro precario soggiorno e di un paio di figure politiche, furono trasferiti in un padiglione abbandonato del San Camillo Forlanini, al Centro della Pace di Grotta Celoni e al CARA di Castelnuovo di Porto.

Nulla di nuovo in quell’azione. Meno di un anno prima, sul finire dell’ottobre del 2009, un altro agglomerato di baracche e tende fu sgomberato dai carabinieri. Questa volta il sito, sempre nei pressi della stazione Ostiense, era tra via Capitan Bavastro e la linea ferroviaria, in un ampio spazio ipogeo ricavato per la costruzione delle fondamenta di un palazzo.
Anche allora stessa storia. L’impresa che stava edificando in quell’area, chiese lo sgombero alle autorità competenti. La vicenda ebbe risonanza anche attraverso i media che nominarono quel luogo “la bucaâ€.

La stazione ostiense, però, è ormai un ostello a cielo aperto. La nuova tendopoli, dall’aprile di questo anno, si affaccia su piazzale 12 Ottobre 1492, all’interno di un area di competenza delle Ferrovie dello Stato delimitata da un cancello.
Questo è il quarto anno in cui ostiense è divenuto il punto di ritrovo dei rifugiati afghani.
La storia di ognuno di loro è simile. Sono figli e figlie di oppositori politici o semplici vittime di fraintendimenti, ricercati erroneamente dalla polizia. Attraversano Pakistan, Iran, Turchia e Grecia prima di giungere in Italia. La loro meta però non è il nostro Paese, ma il nord Europa. Alcuni restano bloccati in Italia per il sistema EuroDac, la normativa europea che obbliga il primo Stato membro ospitante il rifugiato a rilevargli le impronte digitali. Una direttiva emanata per essere affiancata al Regolamento di Dublino II che definisce i parametri di attribuzione dell’asilo politico e previene il cosiddetto “asylum shoppingâ€.
Come la storia insegna, le leggi ci sono, ma vengono male applicate o male utilizzate. In Italia il rilevamento delle impronte, nella maggior parte dei casi, viene utilizzato come schedatura dei rifugiati, e l’iter per l’applicazione del Regolamento di Dublino II diviene lunghissimo.

L’inefficienza nella gestione della situazione è da attribuire solamente ad un’errata amministrazione e non alla solita scusante della carenza di fondi. L’unione europea per affrontare questo tipo di emergenze umanitarie, ha un suo ente, il Fondo Europeo per i Rifugiati (FER), che periodicamente assegna stanziamenti per ogni Stato membro da utilizzare per l’accoglienza di profughi, lo svolgimento di pratiche per l’attribuzione dello status di asilo politico e l’integrazione dei beneficiari del regolamento di Dublino.

foto di Antonio Quaglia

Secondo dati del Ministero degli Interni, finora sono entrati nelle casse dello Stato 31 milioni di euro dal 2001 al 2010, scaglionati come segue: 11 milioni assegnati con il FER I 2001-2004; 6,5 milioni nel biennio 2005-2007, FER II; 21 milioni previsti con il FER III 2008-2013, dei quali già 13, 5 milioni circa entrati fra il 2008 e il 2010, con una previsione di assegnazione fino al 2013 della restante parte.

Alle deficienze politico-amminstrative italiane, come spesso avviene ci mettono una pezza, organi non ufficiali e volontari. MEDU (Medici per i diritti umani) è tra i più attivi nella zona. Con il Progetto Camper per i Diritti umani, provvedono ad una prima assistenza sanitaria, all’orientamento ai servizi e ad un’adeguata organizzazione di vivibilità. All’interno di questo spazio della stazione, hanno allestito una tendopoli con un regolamento da campo da rispettare e bagni chimici all’esterno. La comunità di Sant’Egidio, invece, provvede ai pasti per la maggior parte di coloro che sono senza lavoro e l’onlus Albero della vita si occupa dei numerosi minori presenti.

Più volte queste organizzazioni hanno sollecitato un tavolo tecnico e una collaborazione interistituzionale per la risoluzione del problema. A tale richiesta sono giunte solo risposte vaghe, rinvii e soluzioni al problema temporanee.

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