Referendum abrogativo, c’eravamo tanto amati

6 giugno 2011
di Andrea Palazzo

Dall'affluenza record del 1974 un declino inarrestabile della partecipazione popolare fino ai minimi del 2009. Il quorum non si raggiunge da oltre quindici anni


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“Comunque vada sarà un successoâ€? Non proprio perchè nell’appuntamento referendario del 12 e 13 giugno su acqua, nucleare e legittimo impedimento gli italiani saranno chiamati a superare il principale ostacolo delle ultime tornate abrogative: il famigerato quorum.
“Chiunque vada darà il successo†allora, con l’obiettivo di superare la quota del 50% + 1 degli aventi diritto al voto dopo oltre 15 anni di esiti fallimentari.

Situazione ambigua e paradossale quella dell’italica popolazione. Le lamentele sulla classe politica e le richieste di un maggior peso nel processo decisionale mal si sposano con la partecipazione al principale istituto di democrazia diretta previsto dal nostro ordinamento. Il referendum è il metodo attraverso cui i cittadini vengono chiamati ad esprimersi su temi di interesse nazionale. È l’articolo 75 della Costituzione a regolare, nel dettaglio, il referendum abrogativo: “È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali (…) La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressiâ€.
Può sembrare assurdo ma su questo ultimo punto la situazione italiana si fa drammatica. Si susseguono elezioni politiche e amministrative e il corpo elettorale fa le file ai seggi per scegliere i propri rappresentanti. Quando si tratta di decidere autonomamente invece il quadro cambia. O qualcosa è cambiato in peggio.

Quindici consultazioni in quasi quarant’anni di storia, con sessantadue quesiti posti. Senza entrare nello specifico delle scelte e analizzando soltanto l‘affluenza, in Italia si è registrato un calo pressochè continuo ed allarmante della partecipazione ai referenda abrogativi.
Il primo è quello sul divorzio del 1974 che fa registrare un’affluenza record del 87,7%. Dal successo del ’74 al clamoroso flop del 2009 il divario è eclatante. Due anni fa si vota per la modifica del sistema elettorale italiano ma soltanto il 23% della popolazione si reca alle urne, tre italiani su quattro restano a casa (o al mare visto il periodo).
I due estremi temporali riassumono l’involuzione partecipativa degli italiani.

Affluenza eccezionale pari all’ 81,2% anche nel referendum del 1978 (su ordine pubblico e finanziamento dei partiti). Bene anche nel 1981 (cinque quesiti su ordine pubblico, ergastolo, porto d’armi e soprattutto aborto) col 79,4% di votanti,  ottima risposta nel 1985 (per l’indennità di contingenza sul taglio della scala mobile) con un’adesione del 77,9% e nel 1987 col 65,1% (cinque domande su responsabilità civile dei giudici, commissione inquirente e proprio nucleare con la netta opposizione degli italiani).
Il primo insuccesso si ha nel 1990 quando i quesiti ecologisti sulla caccia e sui pesticidi raggiungono solo il 43% dei votanti.La ripresa però è immediata. Nei referenda del 1991, 1993 e 1995 gli italiani sono presenti, rispettivamente  con un’affluenza del 62,5% (il primo della lista sulla modifica delle preferenze elettorali), del 77% (ben otto quesiti tra cui una nuova modifica della legge elettorale, abolizione dei ministeri, finanziamento pubblico dei partiti, e nomine politiche nelle Casse di Risparmio) e del 57% (stavolta dodici domande sulla riforma del sistema televisivo e del sistema elettorale per i comuni). Da quel momento in poi, come detto, solo amare delusioni.

Si arriva appena al 30,2% nel 1997 (in primis su ordine dei giornalisti, carriera e incarichi extragiudiziari dei magistrati), quorum sfiorato e fermo al 49,6% nel 1999 (sull’abolizione della quota proporzionale nel sistema elettorale per la Camera), giusto il 32,2% nel 2000 (si segnala il voto sull’elezione del Csm, gli incarichi extragiudiziali, i rimborsi elettorali, le trattenute sindacali, i licenziamenti). Stesso deludente 25,5% sia nel 2003 (sull’estensione del diritto al reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa e sull’obbligo per i proprietari terrieri di far passare le condutture elettriche sui loro terreni) che nel 2005 (legge 40 e procreazione assistita).
Dell’ultima tornata nel 2009 è stato detto: un misero 23% e minimo assoluto della storia refedendaria.
È ora di tornare ad invertire la tendenza ed esercitare il nostro diritto/dovere. Domenica e lunedì SI vota.

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