A 150 anni dall’Unità , il nostro Paese si trova ad essere un “giocatore di serie B†sia nella “partita†del Patto Atlantico, sia in quella dell’Unione Europea, di cui è stato uno dei fondatori. L’analisi, i perché, le possibili soluzioni di questa debolezza
Un’Italia di nuovo “protagonista, attiva e propositiva†nella comunità internazionale.
Questo il desiderio di tutti coloro che hanno partecipato alla conferenza “150 anni dell’Unità d’Italia: la diplomazia dell’integrazioneâ€, a cura del MAE, dello IAI e della Luiss, tenutasi giovedì 13 ottobre dalle 15.00 alle 18.30, presso la Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini, nell’ambito della seconda edizione del “Festival della diplomaziaâ€.
Dopo una breve introduzione del Dr. Pierfrancesco Sacco (Capo dell’Unità di analisi, programmazione e documentazione storico-diplomatica del MAE) la conferenza si è articolata in due parti: una prima, sulla scelta Euro-Atlantica dell’Italia e una seconda, sull’Italia e l’integrazione sovranazionale.
Ad aprire la prima parte il Dr. Giampiero Granaglia (Giornalista, Consigliere per la comunicazioni dello IAI) che, in qualità di moderatore, ha passato la parola al Dr. Stefano Silvestri (Presidente dello IAI), il quale ha ricordato il contesto della scelta Euro-Atlantica dell’Italia.
Siamo nel secondo dopoguerra e vi è una forte tensione in Europa tra il processo di consolidamento degli Stati nazionali e l’emergere di una nuova realtà transnazionale e multilaterale; l’Italia deve decidere in che direzione andare. Il dibattito non riesce a focalizzarsi sul cuore della questione: si parla di scelta di campo (Est-Ovest) e solo alcuni uomini politici (tra cui De Gasperi) riescono a capire che la scelta consiste nell’autolimitazione dell’Italia, sia per quanto riguarda la Nato che l’UE. Il problema maggiore dell’Italia è, secondo Silvestri, quello della difficoltà di capire chi fa la politica estera: “c’è una politica estera in Italia? No, ci sono delle politiche estereâ€. C’è quella dettata dal Presidente del Consiglio, quella degli ambasciatori, quella del MAE. Quest’ultimo, in particolare, si trova nell’impossibilità di controllare tutte le comunicazioni dell’Italia con l’estero e nella difficoltà di non avere di fronte una politica chiara. Da questa confusione deriva quella che è stata la linea guida della politica estera italiana fino ad oggi: “non preoccuparsi della propria posizione, ma della propria presenza†e che è oggi causa della sua debolezza.
Il Prof. Leopoldo Nuti (Docente di Storia della Relazioni Internazionali presso l’Università Roma Tre), ha contestato parzialmente quanto detto da Silvestri. Secondo lui, non è vero che non abbiamo avuto una politica estera o che è stata limitata ad alcune scelta iniziali, perché in primo luogo tali scelte sono state difficili ed hanno avuto bisogno di essere ribadite e tradotte in altre scelte di politica estera altrettanto difficili, in secondo luogo, se la si guarda nel lungo periodo, la politica estera italiana è stata di estrema continuità , logicità e coerenza. Poi, bisogna considerare il periodo della guerra fredda in cui tali scelte sono state fatte: la scelta Euro-Atlantica è stata una scelta di campo. Ancora, secondo Nuti, la prima scelta è stata la Nato e la seconda l’Europa: l’Italia sceglie l’Europa nel momento in cui l’Europa è una scelta americana.
L’Ambasciatore Ferdinando Salleo, che ha continuato il discorso, si è posto una semplice domanda: “la Nato dovrebbe sciogliersi o ripensare alla sua mission?â€, la cui risposta è stata altrettanto semplice: “ripensare alla sua mission: trasformarsi da un’alleanza di necessità a un’alleanza di reazioneâ€; l’Italia dovrebbe cercare di essere tra i protagonisti di questa trasformazione.
L’ On. Enrico Letta (Deputato e Segretario Generale AREL, Roma), che ha chiuso la prima parte, ha messo un evidenza come la debolezza non sia solo un tratto distintivo dell’Italia nell’ambito dell’UE, ma dell’UE stessa. Il problema dell’Europa è che non si capisce da chi sia guidata ( Sarkozy? La Merkel? Barroso?), neanche i nostri interlocutori riescono a capirlo. Se non si chiarisce al più presto quest’aspetto, finirà per governare lo Stato, o gli Stati, che possiedono la moneta e tutti gli altri subiranno un rapido declino.
La seconda parte, dopo l’introduzione del moderatore, l’editorialista del “Sole 24 oreâ€, Salvatore Carruba, ha visto l’intervento del Prof. Sergio Fabbrini (Direttore della School of Government della Luiss) che, con grande abilità oratoria, ha parlato dei cambiamenti dell’UE dopo Lisbona. A partire da questo trattato, l’Unione non è più solo un sistema di governance, ma anche di government: è stato introdotto un “quadrilatero istituzionaleâ€, che vede, da un lato, un sistema legislativo bicamerale (con un rafforzamento del Parlamento nei confronti del Consiglio) e, dall’altro un esecutivo duale (con un rafforzamento del Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo nei confronti della Commissione). Il fulcro del potere decisionale è, quindi, ora nelle mani di Parlamento e Consiglio Europeo. In particolare, la crisi finanziaria e quella libica hanno messo in luce come il ruolo del Consiglio Europeo si sia rafforzato, indebolendo quello della Commissione: in entrambi i casi si è creato una sorta di direttorio (franco-tedesco nel primo, franco-britannico nel secondo), in cui il Presidente del Consiglio Europeo non è stato in grado di tenere in equilibrio gli interessi delle due potenze con quelli degli altri Stati dell’Unione.
Alla luce di tutto ciò, cosa può fare l’Italia?
Il nostro Paese ha giocato, nonostante la sua tradizione di protagonismo nel processo d’integrazione europea, un ruolo da spettatore in entrambe le crisi, continuando a sostenere la Commissione, nonostante questa avesse perso potere decisionale. Bisogna cambiare la strategia, cercando di rendere più democratico il Consiglio Europeo; bisogna mirare a una federal union, non ad uno Stato che rappresenti gli altri Stati. In quest’ottica i singoli Governi contano e la posizione Europea dipende dalla condizione di politica interna. Allora la “missione†Europea diventa il paradigma per cambiare molte cose che non funzionano in Italia.
Su questo punto hanno concordato tutti coloro che sono intervenuti nella seconda parte della conferenza. Dapprima il Prof. Renauld Dehousse (Docente di Diritto comunitario e studi politici europei a Sciences Po, Parigi), che ha fatto notare come molti politici italiani siano stati in passato determinanti nel processo d’integrazione europea (si pensi a Craxi, a Milano, per il Patto Unico o ad Andreotti, a Maastricht, per la decisione di una data per l’unione economico-monetaria). È ora, però, determinante l’intera macchina statale per il peso di un Paese nell’UE e la macchina statale italiana necessita di cambiamenti.
La Prof. Sonia Lucarelli (docente di Relazioni Internazionali all’ Università di Bologna) ha, poi, lucidamente messo in evidenza i limiti dell’UE: il duplice ruolo di attore/processo che questa gioca (problema che riguarda anche l’Italia), il non essere, cioè, ancora un attore definito ma un processo in evoluzione, il che comporta che tutte le sue energie siano ripiegate all’interno; la complessità della macchina, causa di una politica più reattiva che propositiva e, spesso, poco coerente; il problema della credibilità (di nuovo in comune con l’Italia).
L’intervento della Prof. Brigid Laffan (Visiting Fellow all’Istituto Europeo di Firenze) è stato un invito al realismo, molto significativo per tutti i Paesi Europei.
Infine, il Prof. Antonio Missiroli (Policy Advisor, BEPA, Commissione Europea) ha ribadito come l’Italia non sia più presente nella fase di policy shaping dell’UE e come ciò sia legato ai suoi difetti strutturali interni.
Preso atto dei problemi del nostro Paese e delle cose da correggere, un invito alla cautela nel considerare l’Italia il “peggiore dei mondi possibili†viene, però, a fine conferenza dal Prof. Nuti. Questi, riprendendo la frase di Bismark (rievocata da Letta poco prima) che, paragonando le leggi alle salsicce diceva: “se uno vedesse com’è fatta una salsiccia non la mangerebbe maiâ€, commenta: “le nostre non sono le peggiori salsicce al mondo; non c’è dubbio, però, che il nostro sia il peggior salumiere degli ultimi anniâ€.



















