Il mio domani: apologia della sospensione

29 ottobre 2011
di Riccardo Feleppa

Sospensione, elitarismo e lentezza per un dramma-citazione che allontana il pubblico


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Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. Ore 22:00. La regista Marina Spada presenta il primo film italiano in concorso al Festival. Selezione Ufficiale. Il pubblico attende l’ingresso della delegazione per poi rompersi le mani applaudendo ad una sobria Claudia Gerini. Un applauso pieno, con tanti “yeah” prima ancora di vedere il film. Un ovazione vera è propria. Le luci si spengono. Inizia il primo degli 88 minuti de Il mio domani. Tante aspettative.  Per la priva volta la Gerini ha un ruolo da protagonista in un film drammatico, scritto, a detta della Spada, appositamente per lei.

Ore 23:30 all’incirca. Sullo schermo cominciano a scorrere i titoli di coda. Parte timido un applauso seguito da sovrastanti “buuuu” del pubblico e da imprecazioni di qualche spettatore pugliese che sbraitando rivendica il suo diritto al rimborso del biglietto. Qualcosa evidentemente non funziona. Probabilmente la tessitura della trama. Lo spettatore medio poco bada all’estetica d’autore, vuole fremere di fronte allo schermo, vuole avere la possibilità di alzarsi ed entrare nel film. Peccato che non se ne intravveda il modo. 88 minuti incollati alla poltrona con il desiderio affamato che il film prima o poi decolli. Ma niente. L’agognata immedesimazione tarda ad arrivare, anzi, non arriva.

Sospensione è il concetto cardine. La Monica della Gerini è drammaticamente presente senza cognizione di causa. Non c’è un preambolo che spieghi il suo malessere, non c’è un effetto che la seppellisca o la riscatti. Sospensione. Le tematiche affrontate non sfruttano il loro potenziale ma restano solo accennate. Ogni cosa in questo film entra ed esce dallo schermo in punta di piedi.

La preoccupazione quotidiana per un padre malato (Raffaele Pisu) non basta a costruire un dramma. La relazione menzognera con Vittorio (Paolo Pierobon) non basta a costruire una nevrosi. Il rapporto complicato con Simona (Claudia Coli) non basta a costruire uno scontro. Le cure attente per il nipote (Enrico Bosco), non bastano a costruire una madre simulacro. La dinamica lavorativa non basta a costruire una riflessione. Il seminario di fotografia non basta a costruire una passione. Il sesso con Lorenzo (Lino Guanciale) non basta a costruire una coppia. La Monica della Gerini non basta a tenere in piedi l’intero film.

Un film sospeso ed una sospensione che non basta. Non basta il ritratto patinato di Milano a richiamare il grande Antonioni. Così come non basta il nome Monica a richiamare la Vitti, attrice feticcio del maestro. Piani sequenza che escludono, carrelli disinteressati e camera fissa che annoia. Un esercizio di stile che lascia le scene principali non solo fuori dall’inquadratura ma anche fuori dal film. Fuori dalla portata dello spettatore. Il mio domani è un film impersonale, girato con un eccessivo egoismo da parte della Spada che, soddisfacendo con la regia il desiderio di esprimere la soggettività del suo sguardo, ha ben dimenticato la fame cinematografica del pubblico sovrano. Soggettività nell’esercizio della regia. Soggettività nell’esercizio della visione. Un distacco generalizzato nell’intera pellicola che si paga con un distacco più o meno generalizzato del pubblico.

Il mio domani? Appunto, il tuo.

Immagine anteprima YouTube

Il mio domani
Id.
Regia: Marina Spada
Sceneggiatura: Daniele Maggioni, Maria Grazia Perria, Marina Spada
Cast: Claudia Gerini, Raffaele Pisu, Claudia Coli, Paolo Pierobon, Lino Guanciale, Enrico Bosco
Paese: Italia, 2011
Durata: 88ʹ
Produzione: Film Kairòs in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: Iris Film


 

 

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