Roma Film Fest VI – Diario di Viaggio: Day 4

30 ottobre 2011
di Riccardo Feleppa

Vapiro-cultrici alla riscossa in una giornata densa di pellicole che offuscano la Twilight Saga. Sorpresa per Tyrannosaur, delusione per L'industriale nostrano


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Peter Mullan e Olivia Colman in una scena di Tyrannosaur

Quarta giornata di rodaggio per il Festival del cinema di Roma trascorsa tra proiezioni allettanti, incontri ravvicinati e ronzii di esseri sovrumani. Tanto per cominciare, il premio speciale della giornata “fracassa maroni” va consegnato a Breaking Dawn Part 1 di Bill Condon, capitolo quarto della saga di Twilight. La presentazione dei contenuti video seguita dall’incontro con gli attori Nikki Reed e Jackson Rathbone ha avuto ripercussioni ed effetti collaterali che si sono protratti per l’intero arco della giornata. La clip proiettata, fortunatamente, non contiene l’intero film bensì un semplice backstage girato sul set ed alcuni frammenti della nuova pellicola in uscita nelle sale il prossimo 16 Novembre. Il fardello più grande è stato, senza ombra di dubbio, l’assedio al forte Auditorium delle twilighters. Queste ragazzine-demonio con al seguito zie cinquantenni accaldate e mamme succhia vampiro, hanno compiuto un vero e proprio assedio sin dalle prime ore della mattina, conquistando ogni spazio libero tra le sale di proiezione ed il red carpet e regalando a tutti i presenti acuti e vocalizzi ad ogni presunto avvicinamento delle loro stars. Per i cineamatori più legati alla sostanza che al via vai di facce-tette-addominali più o meno noti sul red carpet, è stato un vero e proprio dramma. In macanza di DDT e di bombe atomiche da sferrare contro l’esercito sovraeccitato, vestito in stampo e con più determinazione dei barbari, l’unica via di salvezza per i Festival-dipendenti è quella di battere in ritirata rinchiudendosi in sala, in modo da potersi dedicare al maggior numero di pellicole possibile ed evitare gli attacchi esterni. Lontano dalla marmaglia, finalmente si ha la possibilità di spendersi per ciò che il programma offre per la giornata.

Due i film di oggi presentati in concorso nella Selezione Ufficiale. Il primo è l’australiano The eye of the storm di Fred Schepisi con Geoffrey Rush, Charlotte Rampling e Judy Davis. Il film, tra morti imminenti ed eredità appetibili, indaga sotto molteplici aspetti, il rapporto madre-genitori-figli all’interno di un nucleo familiare australiano borghese. Tratta dall’omonimo romanzo del premio Nobel Patrick White, la pellicola divide gli animi. Al centro dei commenti spicca la riconosciuta imperfezione dell’opera che, per i pro, tende al fascino, per i contro, al banale. Fatto sta che i bookmakers lo danno come papabile per questa edizione del Festival. Staremo a vedere.

Il secondo è il franco-polacco-britannico La Femme du cinquième di Pawel Pawlikowski con Ethan Hawke e Kristin Scott Thomas. Pellicola-viaggio di uno scrittore americano disorientato e disorientante alla riconquista dell’amore perso di moglie e figlia trasferitesi improvvisamente a Parigi. Tra relazioni ambigue, destini inevitabili e psicologia imperseverante, il film ammalia ed allontana nel contempo, per la difficoltà risolutiva. Come tradizione ormai vuole, anch’esso è tratto da un romanzo. Per i lettori che volessero approfondire il titolo del libro è Margit di Douglas Kennedy. Magari lo trovate di seconda mano.

Per il Focus,  Tyrannosaur di Paddy Considine ovvero l’emblema dell’autodistruzione. Violenza realistica interiore che emerge e si palesa sul prossimo. Violenza realistica esteriore che implode e si riversa nell’anima. La linea del film segue la rotta per l’abisso. Joseph (Peter Mullan), alcolista, vedevo ed assassino del suo cane, è già fermo nel punto più basso. Non può far altro che tentare la risalita attraverso il rapporto-supporto che instaura con Hannah (Olivia Colman). Quest’ultima, abusata, picchiata ed umiliata dal marito, precipita lentamente verso il fondo, in modo lento ma costante. Situazioni di stallo riflessivo qua e la indotte dalla speranza che sembrano non bastare. Hannah ha giusto il tempo di fermarsi a condividere una possibilità di risalita con Joseph, poi le spetta l’oblio definitivo. La regia, di concerto con l’ottima prova d’attore di Mullan riesce a tenere al massimo la tensione emotiva, in un travaglio lungo 91′ che nulla risparmia agli occhi dello spettatore.

Presentato fuori concorso Mon pire Causcemar di Anne Fontaine con l’attesissima Isabelle Huppert. Una commedia all’insegna del duetto diametralmente opposto. Agathe (Huppert) algida e ricca borghese appassionata d’arte, s’imbatte in Patrick (Benoit Poelvoorde) galeotto tracannatore di birre. Un rapporto perseverato controvoglia per tutelare il forte legame che unisce i rispettivi figli. Una lotta di classe intrisa di sesso e risate tenuta in piedi da ottimi attori. Il film ha un buon ritmo e non tralascia sorprendenti risvolti finali. Sicuramente da vedere. Quantomeno per la Huppert.

Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini ne L'Industriale

Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini ne L'industriale

In chiusura il nostrano Giuliano Montaldo con L’industriale proiettato in sala Santa Cecilia. Il regista oltre ad essere accompagnato dal ricco cast di attori italiani (Favino, Crescentini, Scianna) ha ben pensato di potare in sala l’intera troupe tecnica, dal fonico alla costumista, riscuotendo il plauso del pubblico. Torino fa da sfondo alla storia di Nicola (Favino) industriale sull’orlo del fallimento, troppo orgoglioso per chiedere aiuto alla famiglia e Laura (Crescentini) moglie in crisi, per la quale si prospetta una possibilità di tradimento. Sospetti e menzogne, paure e ricordi paterni, per un ritratto sociale dai toni grigi. Un film che lascia il tempo che trova, sfociando spesso in performance convinte degli attori che nel pieno della drammaticità risultano macchiettistici. Sorprende invece la performance della Di Cioccio nei panni della migliore amica di Laura. Semplice e simpatica, la iena si muove bene nel passaggio dalla tv al grande schermo. Sarà forse che la Crescentini è troppo legata al ruolo di attrice cagna della serie di Boris. Sarà che Favino con la faccia-pongo che si ritrova, basta che corrughi un po’ di più la fronte e si scoppia a ridere, il film piace ma sembra non decollare. Un interrogativo sugli applausi finali che vanno letti tra la righe. Probabilmente esprimono più patriottismo che gradimento. Dunque il monito è vedere per credere.

Per il momento il problema più grande restano le twilighters.

 

 

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