Due incontri che guardano alla crisi finanziaria globale con un approccio diverso e propositivo
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La mattinata del 31 ottobre, quarta giornata del Salone dell’editoria sociale, si apre con una tavola rotonda intitolata “La crisi economica e finanziaria e le vie per uscirneâ€, tema scottante e quanto mai attuale. A pochi giorni dalla ormai nota lettera d’intenti del Governo italiano all’Unione Europea, gli ospiti hanno cercato di fare un po’ di (necessaria) chiarezza sulla crisi che sta colpendo, rischiando di distruggerla dall’interno, la Comunità Europea. Già dall’esordio di Roberta Carlini, moderatrice del dibattito, si diffondono nella sala gremita, nonostante il ponte di fine ottobre, parole preoccupanti riguardo l’inefficacia delle politiche economiche proposte a livello europeo e non solo (vedi le promesse, per ora disattese, di Obama).
Mario Pianta, Professore di Politica Economica all’Università di Urbino, inizia il suo intervento puntando il dito contro la strutturale carenza dell’Unione Europea: l’integrazione europea, dopo la nascita della moneta unica, avrebbe dovuto continuare con politiche macroeconomiche comuni. Il condizionale è d’obbligo perché la scelta fatta fino ad ora ha, invece, lasciato ampie libertà agli Stati in ambito macroeconomico con il risultato che l’economia reale (attività produttive) non è stata in grado di tenere il passo della finanza (vera causa della crisi attuale). Con il passare del tempo, e delle crisi (mutui subprime, Irlanda, etc.), l’errore fatto in passato è venuto a galla e adesso si tenta di arginarlo con una improvvisata ed illegittima, dal punto di vista democratico, diarchia franco-tedesca.
Altrettanto critica è stata la posizione assunta da Andrea Baranes, rappresentante di Banca Etica. Quello che emerge dalle parole di Baranes è l’affermazione, nel corso degli ultimi anni, di una vera e propria finanziocrazia. “Nel 2008â€, dice Baranes “ci è stato detto che le banche non potevano fallire. Oggi ci dicono che sono gli Stati a non poter fallire. A questo punto le uniche a poter fallire sono le personeâ€. La politica prende ormai ordini dalla finanza e in questo il riferimento al caso italiano è evidente ed opportuno. La lettera dello scorso 5 agosto, inviata dalla BCE al Governo italiano, è una dimostrazione lampante di come il potere politico, teoricamente espressione della volontà popolare, sia ormai sotto lo stretto controllo delle cosiddette élite finanziarie (banche, speculatori e agenzie di rating). La situazione peggiora notevolmente se ci si concentra sul modus operandi della finanza, il cui fine ultimo è unicamente il guadagno personale. E così, come in una sorta di reazione a catena, la politica di uno Stato finisce dritta dritta nella roulette russa delle scommesse finanziarie. Da lì, senza voler esentare da critiche i governi in questione, lo Stato ha pochi mezzi a disposizione ed è costretto a destreggiarsi tra declassamenti e CDS (credit default swap), a discapito di una più corretta gestione del potere esecutivo.
L’innegabile criticità della situazione che stiamo vivendo, quindi, viene ricondotta ad uno strapotere della finanza che ha inglobato, esautorandole del proprio potere, le politiche nazionali. Le vie d’uscita dalla crisi possono essere tante ma, come sostiene Sergio Gatti, direttore di Federcasse, è necessario passare attraverso la costruzione di un pensiero alternativo, in grado di ribaltare i dogmi del capitalismo finanziario. Alcune proposte arrivano anche dagli interventi di Massimiliano Smeriglio e di Stefano Fassina, esponenti di SEL e PD. Entrambi spingono verso un’unica soluzione: democratizzare e politicizzare l’Europa. Le politiche nazionali non sono più adatte alla nuova dinamica economica e finanziaria. L’auspicio che sembra essere condiviso dai partecipanti riguarda la costruzione di un governo politico dell’area Euro, capace di controllare ed eseguire i difficili compiti che i singoli governi nazionali non riescono più a portare a termine.
Se questa è la risposta istituzionale, dall’incontro seguente, intitolato “Il terzo settore e la crisiâ€, arrivano delle proposte che toccano più da vicino i temi sociali. Se si esclude la finanza, tutti i settori dell’economia sono in forte crisi e lo stesso destino tocca al terzo settore. Ma da qui, vale a dire dalla cooperazione, dal volontariato, dalla promozione sociale, può arrivare un impulso concreto al cambiamento. Un’inversione di rotta che parta dal basso e non più dall’alto, come auspicavano precedentemente economisti e politici. Nell’era del boom dei social network, le possibilità di cooperare sono tante e l’esempio della Costituzione Online islandese, citato da Roberto Panzarani, deve spronare ognuno di noi a pensare di poter cambiare una situazione di così difficile soluzione.
In conclusione di mattinata, dopo aver ascoltato i punti di vista delle istituzioni e delle associazioni, un pensiero sorge spontaneo: e se i due mondi, banche e partiti da una parte e associazioni di terzo settore dall’altra, cercassero di convogliare i proprio sforzi verso un unico obiettivo? Non potrebbe essere questo il vero pensiero alternativo? La vera soluzione ad un modello fallimentare?




















