Una nuova rotta per i Paesi Arabi. Selfmade e democrazia

2 novembre 2011
di Danilo Supino

La primavera araba è un atto storico in fieri. Alcuni punti, però, sono già definibili e chiari


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Anche la terza edizione del Salone dell’editoria sociale ha voluto dare il proprio contributo alla lettura della primavera araba e dei sommovimenti socio-politici che stanno interessando da circa 10 anni l’aera nordafricana e mediorientale. A discuterne sono stati Alberto Negri, giornalista del Sole24ore, Antonello Petrillo, docente all’Università di Napoli, Ismael Dawood, attivista e blogger irakeno, ed Anthony Santilli, docente all’Ecole pratique des hautes etudes.

Allo scoppio delle proteste in Tunisia dopo l’atto disperato di Mohamed Bouazizi, la stampa e l’opinione pubblica europea hanno sgranato gli occhi e con sufficienza si sono meravigliati dell’improvviso impulso insurrezionale mostrato da tunisini, algerini, egiziani, libici e poi siriani.
Improvviso impulso? Niente affatto. I lavoratori egiziani, svincolatisi dalla Federazione nazionale dei sindacati, unico ente esistente a cui tutti i salariati sono obbligati all’iscrizione, il 6 aprile 2008 organizzarono uno sciopero generale, che partì dal più grande complesso industriale sito ad El Mahalla El Kubra.

Stampa, governi esteri ed addirittura il Fondo Monetario e la Banca Mondiale sono stati annebbiati da una coltre di disinformazione. I dati economici dell’Egitto, ad esempio, erano soddisfacenti, con un tasso di disoccupazione pari al 10% (sulla linea dei Paesei europei) e una crescita del 6-7%. Con la caduta di Mubarak sono stati smascherati i conti e la disoccupazione è stata attestata ad oltre il 50%, senza contare l’alto tasso nelle fasce più giovani, e la crescita economica pari a 0. Un caso, invece, di anomalia e di fredda analisi dei numeri è la Tunisia, che presenta il più alto prodotto interno lordo dell’Africa, con una grave e iniqua distribuzione del reddito, in particolar modo nel sud est del Paese, dove da anni si registrano ormai scioperi e disoccupazione.

Alberto Negri fa distinzione tra rivoluzione e rivolta. La prima può essere definita tale nel caso dell’Iran nel 1979, dove si assistette ad un’inversione di rotta radicale, in cui il recupero del tradizionalismo religioso islamico più integralista, a scapito di una politica filoccidentale, capovolse e forzò gli usi e costumi degli iraniani . Al momento nel maghreb è difficile definire le sollevazioni come una rivoluzione, o definire la “primavera araba†come un atto storico concluso.

La vera rivoluzione arriverà nel momento in cui tenutesi libere elezioni, si raggiungerà una prassi democratica e pluralista reale, prive di condizionamenti del partito di governo (Egitto e Siria), inconsuete interruzioni tra un turno elettorale e l’altro (Algeria) o affluenza ai seggi che da poche centinaia viene improvvisamente attestata sulle migliaia (Tunisia).

Antonello Petrillo, sposta l’attenzione del discorso in mashreq, per la precisione in Iraq, notando analogie e divergenze con gli stati del nordafrica scenario delle sollevazioni. La definitiva caduta di Saddam Hussein è avvenuta con l’intervento del contingente NATO, così come è accaduto in Libia, dove la cattura di Gheddafi è stata sì opera dei ribelli, ma l’apporto della coalizione estera è stato decisivo. In Iraq, un popolo imbrigliato e represso, impossibilitato a protestare, è stato sottovalutato dalla comunità internazionale e ritenuto incline all’antimodernità.

Il futuro degli stati protagonisti della primavera araba è ancora in via di definizione, ci vuole cautela e ponderazione visti i precedenti citati.

Alcuni aspetti però possono essere ben definiti.
Nuovo corso. La volontà degli stati arabi per la ricostruzione politica è stata chiarita durante la Conferenza di Amman. Decade definitivamente l’idea del Washington Consensus e dell’American Century, per una nuova via completamente araba, da sottolineare araba e non islamica. L’inedita scrittura sarà del tutto homemade, fine delle infiltrazioni esterne sul piano politico. Le monarchie tradizionaliste del golfo già nella prima fase delle sollevazione sono state da supporto, a livello economico ed umano (500 milioni di dollari per il risanamento dell’Egitto e forniture di truppe ed armi in Libia).

Chi sono i nuovi partiti protagonisti? Ciò che ha fatto un po’ storcere il naso in occidente è stato l’impulso spontaneo che i popoli sollevati hanno avuto verso i partiti di ispirazione islamica. Se si è favorevoli alla democrazia e al pluralismo, allora non si deve guardare con diffidenza ai partiti come Harakat al-Nahda (Ennahdha) e i Fratelli Musulmani.
Ennahdha, dopo essere stato bandito alla vittoria di Mubarak, ha sempre cercato di creare un’opposizione intestina alimentata dalle sue figure politiche esiliate all’estero. Al rientro dei suoi membri principali, ha creato un Programma redatto da 182 esperti e presentato al Parlamento Europeo, coscienti dell’importanza di un riconoscimento internazionale, e lontani dalla dialettica di occidente-nemico. Dal punto di vista economico, non hanno intenzione di applicare un protezionismo radicale, ma hanno annunciato 3 anni di austerity per rilanciare la Tunisia nell’economica mondiale, evitando i rischi di una scellerata politica come negli anni ’60 con il processo di industrializzazione sostitutiva delle importazioni.
I Fratelli musulmani sono stati l’unico partito di maggioranza dell’opposizione egiziana, il suo aspetto confessionale e popolare gli ha permesso di gestire ospedali (ben 53 nella sola Cairo), scuole e centri di cultura. Nonostante le origini tradizionali, non hanno previsto un sovvertimento della politica economica, non giudicano negativamente il liberismo e le politiche di apertura (Infitah) di Sadat avute dagli anni ’70 in poi, ma criticano severamente la corruzione dell’elite economica egiziana.

Le domande del pubblico si sono orientate verso chiarimenti sugli argomenti discussi, eccetto una riguardo l’altro stato da mesi in agitazione, la Siria. È stato difficile fare chiarezza per le notizie discordanti che giungono, come è accaduto in Libia, l’informazione è scarsa, basata su bollettini delle organizzazioni ribelli, rettifiche degli stessi, e diffusioni ufficiali di stato. Ci potrebbero essere, inoltre, delle complicazioni aggiuntive create dalla nascita di un asse Siria-Iran, nel caso di intervento NATO nel paese.

Durante la conferenza è stato presentato il sito Osservatorio Iraq, un portale scientifico e di informazione che abbraccia tutti i 22 Paesi della Lega Araba, interessandosi di ogni aspetto politico, economico e culturale, con approfondimenti, video, foto ed articoli.

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