Roma Film Fest VI – Diario di Viaggio: Day 7-8

3 novembre 2011
di Riccardo Feleppa

Tormenti per Scarpelli, dolore per Faenza e negazione per Cartolano. Emozioni tricolore a 24 ore dall'epilogo


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Tra Ognissanti, Ognimmorti e Ognihalloween sono trascorse veloci altre due giornate alla casa base Festival. Siamo agli sgoccioli. L’entusiasmo iniziale comincia ad assopirsi, facendo largo alla voglia di conoscere il responso finale del concorso, per poi imprecare contro la giuria. I cine-dipendenti, giunti ormai alla settimana completa, cominciano a ricontare tutti i film visti e a discutere sui probabili vincitori. Per chi ha macinato quattro, cinque o addirittura sei proiezioni al giorno, si avvicina sempre di più il momento ideale per alzare la cornetta e chiamare un buon oculista per una controllatina. Guardare a ritmi serrati stressa la vista, soprattutto se i film scelti a scatola chiusa si rivelano un vero e proprio pacco. Per chi ha oziato tracannando quattro, cinque addirittura sei spritz al giorno, nella speranza di incontrare il suo estratto di red carpet preferito all’angolo bar, si avvicina il momento di saldare il conto al cameriere, dismettere l’abito glamour taroccato e tornare alla vita reale (bevendo quattro, cinque addirittura sei spritz al bar di periferia, rigorosamente in tuta).

Tralasciando per un momento quattro, cinque e addirittura sei, in questi ultimi due giorni qualcosa si è mosso al Festival. Nuovi incontri ravvicinati, nuove perle da segnalare e nuovi film da dimenticare.

Per la squadra italiana, tra i fuori concorso, è sceso in campo Faenza con il suo Someday this pain will be useful to you (Un giorno questo dolore ti sarà utile) tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron. La pellicola ritrae la New York contemporanea dal punto di vista del giovane James (Toby Regbo), disadattato cronico alla ricerca della sua identità. Ciò a cui si anela è una normalità socialmente connotata che necessita pertanto di un modello da seguire o di un supporto su cui poter contare. Con una madre battona, un padre battoniere, ed una sorella geronto-battona si comprenderà come il giovane possa sentirsi in crisi. In soccorso arrivano Nanette super nonna (Ellen Burstyn) e la strizzacervelli (Lucy Liu) che indurranno il protagonista alla riflessione. Il film se ne esce senza né infamia né lode. Il pubblico applaude come da norma, mentre la critica comincia a sentire il dolore del giorno causato dalla proiezione e si chiede quando, come e se, le sarà mai utile.

Sempre fuori concorso, per la squadra a stelle e strisce, ha fatto il suo ingresso nell’arena Curtis Hanson con il suo Too big to fail (Troppo grande per fallire). Molto lontano da L.A. Confidential, Hanson si addentra nel cuore della crisi economica che sta travolgendo l’Occidente. Il suo sguardo mette a fuoco, con toni tendenti al thriller, gli intrighi, i retroscena, le passioni e i fallimenti del mondo finanziario, mantenendo come faro guida il colosso Lehman Brothers, sventura di Wall Street. Potere, politica, corruzione e brokeraggio per un film che diventa spia del crack, tanto finanziario quanto valoriale, di un’America non poi così distante dall’Italia di oggi. Da vedere!

E ancora. Da potere a potere. Da paese a paese. Sull’Italia succube dello Stato di Diritto disfunzionale punta la sua cinepresa Maurizio Cartolano filtrandola in 148 Stefano. Mostri dell’inerzia. Il documentario, selezionato tra gli eventi speciali del Festival, indaga le dinamiche, non ancora appaciate, che portano il giovane romano Stefano Cucchi a morire inspiegabilmente, sei giorni dopo il suo arresto. Nessun chiarimento, nessuna giustizia. Una vita negata e dimenticata. Cartolano si muove, con un fare quasi da fiction, nei meandri del dolore familiare. La fotografia, non meramente documentaristica, esalta egregiamente le urla di verità di cui è intriso il real-plot, condensando disperazione e determinazione, in un efficace manifesto denuncia.

La perla da diffondere come il verbo è, senza ombra di dubbio, Tormenti – Film disegnato di Filiberto Scarpelli. La magica grafic novel attinge dai disegni-fumetto del grande Furio Scarpelli, brillante sceneggiatore-artista scomparso lo scorso anno, nonché zio del regista. Rohrwacher, Zingaretti, Mastandrea, Antonutti e Pandolfi, prestano le loro voci ai personaggi “consueti” che si muovono nell’Italia degli anni trenta. Disegnare per girare un film e girare un film per disegnare emozioni. Passione, intellettualismo, corteggiamento ed ignoranza per una commedia godibile ed attuale, ora più che mai. Da non perdere.

A chiudere la carrellata di eventi speciali interviene la versione tardona dell’american gigolò. Please welcome mr. Richard Gere. Vincitore del Marcaurelio alla Carriera di quest’anno, l’attore è tornato per l’ennesima volta al Festival con il compito di introdurre l’incontro-visione di Days of haeven di Terrence Malick. Il film del ’78 gli valse il suo primo vero riconoscimento per la professione cinematografica svolta. Ed indovinate un po’ cos’era? Il David di Donatello. Nell’ambito del dibattito, Gere ha ricordato alla platea il suo amore per Malick, autore dal perfezionismo innato. Lavorare con lui lo traumatizzò così tanto che dalla prima distribuzione della pellicola, non ne prese mai più visione. Almeno fino ad oggi. Traumi a parte, l’appetibilità dello special event, come al solito, dipende più da ciò che gira attorno alla sostanza che dalla sostanza stessa. Ergo, a ripetersi è la stessa storia delle twilighters in versione meglio contenuta e più vecchio-assortita. Per l’occasione il red carpet è stato riarrotolato. Al suo posto, schiere di over 40 accaldate, hanno srotolato la loro lingua sperando di essere notate dal loro sogno erotico. Peccato che a braccetto con l’anziano signore ci fosse anche la sua immancabile consorte. Dette schiere, precipitatesi poi in sala Sinopoli, hanno continuato a sbavare e sospirare per l’intera durata dell’incontro, dimostrando (o fingendo di dimostrare) interesse per qualsiasi cosa uscisse dalla bocca del buon Gere. Il discorso dell’oratore, lungo ed impegnato,  ha spaziato dalla questione tibetana alla serenità indotta dal Buddhismo, passando per il cinema d’autore ed arrivando fino a Ryan Gosling, icona del cinema futuro (a suo dire). E chi più ne ha più ne metta.

Tra le immagini sovrastanti della natura Malickiana e il fascino ingombrante dell’attore protagonista, terminano qui altri due intensi giorni di programmazione all’Auditorium. Poche sono ancora le pellicole da visionare. Tante restano le cose da fare in attesa che il sipario cali sul Festival. Nel frattempo, sarebbe opportuno ripulire la sala Sinopoli dall’alone di bava lasciato dalle old-style-fans del vecchio Richard. Alla prossima!

 

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