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Il Festival di Roma è finito!

4 novembre 2011 | By | 1 Reply More
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Ultimo giorno. Anche questa sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma giunge alla sua fine, tra mille insidie, contrattempi, fallimenti generali, compresa la premiazione finale condotta da Francesca Inaudi, sottilmente sbeffeggiata in diretta dallo stesso Richard Gere dopo aver ritirato il premio alla carriera dalle mani di Debra Winger (chi non se li ricorda insieme in Ufficiale e gentiluomo). Un’edizione che non verrà certo ricordata negli annali della storia di questo Festival e nella quale ha dominato la visione di un Concorso mediocre con pellicole che in altri circuiti e contesti non sarebbero neppure state prese in considerazione in quella che dovrebbe essere una sede culturale, figurarsi poi vincere qualcosa. E la giuria non si è nemmeno risparmiata concedendo premi speciali, come quello improponibile a The Eye of the Storm, improponibile adattamento kitsch del romanzo omonimo di Patrick White e quello alla colonna sonora del dignitoso Hotel Lux andato a Ralf Wengenmayr. Pellicole sciatte, spesso prive di alcuna struttura narrativa.

Due film abbiamo apprezzato davvero all’interno del Concorso Ufficiale: Una vie meilleure, pellicola francese di Cedric Kahn, che narra del rapporto fra un padre e un figlio in un contesto economico disastroso, un figlio che non è un figlio biologico, ma il ragazzino della compagna dell’uomo che lo ha abbandonato per cercare lavoro all’estero. Non eccelso, ma un buon film con una coordinazione narrativa e sicuramente Guillaume Canet, protagonista della pellicola ha meritato il premio come migliore attore. D’altronde a chi altro avrebbero potuto darlo?

Ma il nostro affetto e il nostro tifo è andato in particolare a Magic Valley, cupa pellicola sulla provincia dell’Idaho. Ha perso, ignorata completamente.

Come al solito è Alice nella città a riservare le migliori sorprese, abbiamo già parlato di Noordzee, Texas, storia di un amore gay fra due ragazzi nel Belgio provinciale degli anni Sessanta e per certi versi più struggente di Brokeback Mountain, che ha meritatamente portato a casa il Marco Aurelio d’Oro per Alice nella città sopra i 13 anni. L’ecuadoregno di Tania Hermida P., En el nombre de la hija ha conquistato quello sotto i 13 anni.

Ma vincitore assoluto, secondo la giuria presieduta da Ennio Morricone e composta da Susanne Bier, Roberto Bolle, Carmen Chaplin, David Puttnam, Pierre Thoretton, Debra Winger è stato Un cuento chino, commedia di Sebastian Borensztein che verrà distribuita nel 2012 da Archibald, abbastanza apprezzata dalla critica e dal pubblico (che a sua volta gli ha assegnato un premio).
Migliore attrice è stata la svedese Noomi Rapace, alias Lisbeth Salander della trilogia Millennium, che ha trionfato per il poco apprezzato thriller nordeuropeo Babycall di Pal Sleutane. Desta inoltre notevoli perplessità il Gran Premio della Giuria andato alla co-produzione franco-svizzero-canadese Voyez comme ils dansent, ritorno alla regia di Claude Miller, storia di un triangolo amoroso molto particolare, che vede tra le protagoniste femminili, oltre a Marina Hands, la nostra Maya Sansa che si diletta a parlare francese, inglese e mohawk.
Il miglior documentario, nella sezione Extra, è stato assegnato a Girl Model di David Redmon e Ashley Sabin. Premio Marc’Aurelio Esordienti al quale potevano partecipare trasversalmente tutti i film in gara è andato ex aequo a Circumstance di Maryam Keshavarz e a La Brindille di Emmanuelle Millet.

Unica e forse più interessante nota è stata che nessun film italiano è riuscito a conquistarsi nulla nei premi ufficiali. E questa è già una buona cosa e un passo avanti per un festival di provincia come quello romano. Veder trionfare Avati o la Spada sarebbe stato davvero troppo. Per fortuna meno male che c’è l’edizione restaurata di Colazione da Tiffany che riporta dopo giorni e giorni di film il cinema in una sala dell’Auditorium. Un cinema che si è visto solo sporadicamente in questi giorni, che ha trionfato nella sezione Occhio sul mondo, quest’anno incentrata sulla Gran Bretagna, e su qualche altro film sporadico delle altre sezioni, qualche documentario interessante, come Catching Hell di Alex Gibney, e un paio di film Fuori Concorso, Like Crazy e Too Big To Fail. Ma alla fine quello che si evince da tutto questo sono gli scarsi fondi dati al Festival e i tagli alla cultura nei confronti di un popolo, quello italiano, alla deriva. E anche da un Festival come questo si evince questa triste realtà.

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Category: Cinema, Roma

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