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Fame Globale: evoluzione metropolitana della catena alimentare

7 novembre 2011 | By | Reply More
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“Sapremmo assai di più della complessità della vita se ci fossimo applicati a studiare con determinazione le sue contraddizioni, invece di perdere tanto tempo con le identità e le coerenze, le quali hanno il dovere di spiegarsi da sole”.
Josè Saramago, La caverna

In molte regioni dell’Africa, con ottime probabilità, un neonato appena venuto alla luce dal grembo materno sarebbe subito preda della denutrizione. A Roma, sotto il sole di piazza Vittorio, sua madre si rifornisce con pochi euro ad un fast-food e assume circa 265 kcal con un milkshake alla fragola e 255kcal con un hamburger. Curioso come il rosso vivo del suo abito richiami con una giusta dose di folklore il logo di una nota catena di fast-food. Ma non perdiamo troppo tempo a disgustarci della dubbia provenienza e qualità dei cibi confezionati presso le numerose catene che trovano sempre più spazio e clientela nelle nostre città: in fondo, di più dell’ 80% del cibo che acquistiamo e ingeriamo ogni giorno non saremmo in grado di stabilire l’esatta provenienza, la trafila di produzione, tantomeno il viaggio fatto per arrivare fino a noi, figuriamoci la qualità.
E se è vero che l’ “uomo è ciò che mangia” non c’è da stupirsi certo della gran confusione che attanaglia l’essere umano “pensante” nell’anno 2011 della grandiosa era della globalizzazione.
A Roma, nella stessa Roma del 2011 in cui una donna africana paga il debito dei paesi poveri a suon di cheese-burgers, per ogni madre o padre che non ha tempo o voglia di cucinare c’è un bambino che tocca la soglia dell’obesità. Scherzi della geografia. Il pasto è luogo di incontro da sempre celebrato, ma il cibo spesso ci divide. Si tratta di usanze, di gusti, ma troppo spesso soprattutto di circostanze, per chi non ha scelta.

Oggi a Roma è una giornata grigia per chi, anche questa volta,  si accontenta di poco e rimane in silenzio, trascinandosi la solita spesa in casa. Una condizione che accomuna romani e stranieri: invisibili, i nuovi poveri.

Ci sono orari in cui, in una città tentacolare e multietnica come la capitale, la corsa per l’alimentazione coinvolge tutti, sfida i paradossi e, a chi si sofferma ad osservare, affida una fotografia contraddittoria e coinvolgente dell’interazione fra le classi sociali e i popoli. Nei pressi di Stazione Termini c’è un microcosmo fatto di tante culture  che passeggiano una  di fianco all’altra, a volte si fanno l’occhiolino, spesso lottano per la propria affermazione: il quartiere che si snoda attorno a piazza Vittorio è un meltin’ pot di odori, immagini, usanze e soprattutto voci che appassiona, a volte stordisce.

Nel mercato coperto di via Principe Amedeo ci sono ragazzi indiani a gestire i banconi delle pescherie. Strillano per assegnare al miglior offerente il pesce rimasto sul banco nell’ora di chiusura.  Lo stesso pesce che giapponesi e cinesi cucineranno nei loro ristoranti, tanto in voga fra gli italiani. Gli stessi italiani che alimenteranno polemiche domandandosi quanto sia rischioso mangiare in un ristorante straniero dove i prezzi sono così convenienti e la provenienza dei piatti poco chiara. Secondo quanto emerge da un’indagine Coldiretti/Swg, in occasione della presentazione dell’ottava edizione del rapporto sulla sicurezza alimentare Italia a Tavola 2011, il 60% degli intervistati ha indicato proprio le frodi “alimentari” come le più temute, proprio in quanto possono avere effetti sulla salute.
”La credibilità conquistata dagli agricoltori italiani nel garantire la qualità delle produzione – afferma Sergio Marini, presidente della Coldiretti – è un patrimonio da difendere nei confronti di quanti con frodi e contraffazione cercano di sfruttare la fiducia acquisita nelle campagne per fare affari, crimine particolarmente odioso perché si fonda soprattutto sull’inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti”.
Osserviamo il mosaico di pelli ed espressioni in piedi davanti ai banconi: italiani, indonesiani, giapponesi, filippini, africani. Sono tutti qui a fare la spesa.  Probabilmente stasera, chi andrà a cena fuori optando per un ristorante “etnico” mangerà lo stesso pollo e le stesse verdure di chi cucinerà in casa una ricetta italiana. L’esperienza diretta si rivela in casi come questi la prima arma per gestire acquisti e consumi consapevoli.

Molti degli avventori che incontro passeggiando fra i banchi sorridono e, fra un’offerta e l’altra, cercano di attirare la mia attenzione.  L’argomento “cibo” crea un dialogo fra i nostri punti di vista geograficamente distanti: ancora una volta emergono contraddizioni. Molti di loro vengono dal Bangladesh, o dallo Sri- Lanka, e sono gli stessi che a fine mattinata gettano gli avanzi invenduti nelle pattumiere. Le eccedenze di cibo ancora fresco e commestibile non arriveranno mai nel loro paese, dove la popolazione cresce a ritmo vertiginoso e le risorse scarseggiano: finiranno piuttosto in un ammasso di casse legnose e avanzi dall’odore sgradevole. Inviano denaro a casa e gettano a malincuore il cibo di cui i loro familiari avrebbero soprattutto bisogno.

Persino gli anziani sfidano il clima torrido dell’ora di punta per riempire i propri carrelli senza svuotare le tasche. Fanno bene i conti come hanno imparato nei periodi difficili: le pensioni sono quello che sono.

Poche calorie e tante vitamine sono invece il pasto di chi non può concedersi una pausa pranzo in piena regola. Arance, magari  importate dalle coste spagnole o dal Sud Africa. E pensare che nella nostra penisola produciamo da sempre considerevoli tonnellate di frutta e  c’è da dire che sole e terra, pilastri imprescindibili dell’agricoltura, non ci sono mai mancati e non mancano tantomeno ora, in tempo di austerity. Soprattutto nelle regioni meridionali. Eppure, anche in questo caso, colti da un delirio di incoerenza, preferiamo investire sulle importazioni alimentando paradossi economici, piuttosto che riparare le falle del nostro sistema produttivo e distributivo. Da più di 20 anni l’agrumicoltura italiana è luogo di studio e dibattito, in riferimento agli storici problemi del meridione. Fatto sta che la domanda interna è in calo, a causa della crisi economica e, per quest’anno, il consumo non sembra destinato a crescere.

L’Italia esporta solo il 7-8% della produzione nazionale (la Spagna supera il 50%) ma l’export 2010/2011 dovrebbe aumentare grazie all’impegno crescente delle principali regioni produttrici (Sicilia in testa), che stanno sostenendo l’esportazione con programmi di promozione all’estero, principalmente in Cina e Stati Uniti. Ma torniamo al nostro Belpaese. Secondo un recente rapporto del Dipartimento dell’agricoltura statunitense, pubblicato ad inizio anno, l’Italia produce circa il 4% del totale mondiale di arance e il 37% della produzione dell’Unione Europea a 27 Stati membri. Gli esperti prevedono però una diminuzione del 20% nella produzione 2010/11. Questo calo risponde anche della diffusione di virus o delle eccessive piogge in fase di fioritura, ma è soprattutto l’ennesimo indice della mancanza di organizzazione, delle ridotte dimensioni aziendali, dell’ aumento dei costi di produzione.  Negli ultimi dieci anni la superficie destinata ad agrumi è rimasta stabile, ma gli agrumicoltori italiani hanno perso di competitività, sia sui mercati esteri che in quelli interni, come abbiamo appena visto. Il solito gatto che si morde la solita coda. Da questa analisi sembra ancora una volta che gli strumenti validi non manchino qui in Italia, ma come al solito non vengono utilizzati.
Colpa del troppo sole che ci acceca? Forse, mentre piangiamo senza cognizione la blasonata arretratezza del Sud, dovremmo essere i primi ad  esigere una sana spremuta di arance sicule al bancone del bar, piuttosto che una bottiglia confezionata industrialmente da qualche compagnia internazionale.

Se il mercato sembra ancora rappresentare un luogo di valida alternativa al consumo generalizzato, è vero anche che il ritmo frenetico della quotidianità, condizionato dagli orari di lavoro e dalle leggi imperscrutabili del traffico, trova un’ancora di salvezza negli orari flessibili e nell’ampia scelta fornita dai grandi esercizi commerciali. Le macchine  entrano ed escono dai parcheggi dei supermercati fino a tarda sera. Offerte accattivanti che ci incoraggiano ad acquistare 3 al prezzo di 2, anche se normalmente consumeremmo 2.  In questa crisi chiacchierata ovunque, sugli autobus, in strada, in coda all’ufficio postale, al supermercato o sui media, anche chi vende i beni primari di alimentazione deve necessariamente fare un passo “dalla parte del consumatore”.

Ma il consumatore da che parte sta?
Il  consumatore che non può  a sua volta ignorare i movimenti dell’economia: c’è chi parla dei negozi affollati, chi dei supermercati vuoti, ognuno dice la sua sull’affluenza e i presunti consumi, per vedere se c’è chi sta “meglio” o chi sta “peggio”.  La risposta singola sta nell’attento esame dei volantini promozionali, in un consumo critico che vede nei cosiddetti Gruppi di Acquisto una interessante prospettiva. I Gruppi di Acquisto Solidali nascono da una riflessione sulla necessità di un cambiamento profondo del nostro stile di vita. Come tutte le esperienze di consumo critico, anche questa vuole immettere una “domanda di eticità” nel mercato, per indirizzarlo verso un’economia che metta al centro le persone e le relazioni. Sembra un discorso astratto, ma il concetto è assai più concreto di quanto appaia a parole, poiché è proprio l’incontro fra le esigenze dei singoli che garantisce la “sopravvivenza” nell’era del mercato globale. La massificazione, che costituiva l’idolo accattivante della globalizzazione, sta fallendo, e il crescente divario fra ricchezza e povertà ne è la prova tangente. Ben vengano le iniziative che coinvolgono la messa in moto della criticità nell’atto del consumo, quando la fretta della routine ci rema contro e ci stordisce!

Nel nostro viaggio a caccia di contraddizioni fra le strade di Roma ci spostiamo ora in periferia, dove  una nomade che parla spagnolo e qualche parola di italiano chiede l’elemosina rannicchiata  su un cartone al lato del marciapiede. Viene da una cultura che non conosce la crisi economica occidentale: non ha una fissa dimora, non ha un lavoro in regola, non ha un’identità nel senso legale del termine, ma strettamente personale, legata alla sua cultura. Si fa scattare una foto, a patto di non essere inquadrata in viso, mentre osserva mangiare il suo cane Max. I croccantini, dono di una passante impietosita, sono prodotti da una nota multinazionale con stabilimenti in tutto i Paesi europei. Con buona probabilità Max avrà il suo pasto assicurato, per pochi euro, in tutti i Paesi che visiterà al seguito della sua padrona, grazie a tutti coloro che saranno mossi a compassione dal suo sguardo da animale amorevole più che da quello umano della sua padrona, schivato spesso con tradizionale diffidenza, più che con consapevolezza.

In città la luce del sole riscalda l’aria carica di smog ed agli odori del cibo si mischia quello meno piacevole dei rifiuti. Nessuno di noi “fortunati” imbandirebbe una tavola in queste condizioni, ma gruppi di immigrati pasteggiano fra sorrisi  schiamazzi all’ingresso della metropolitana, riparati dai pilastri di cemento.  Sotto le pensiline della stazione Termini c’è invece chi mangia da solo, fra le cartacce gettate in terra e sacchi neri colmi di immondizia. Non si lascia distrarre dal contesto e sicuramente pensa ad altro, a cosa avrebbe preferito avere nel piatto, o a chi avrebbe desiderato avere vicino: c’è tanto spazio, ma non si siede nessuno.  C’è chi sta ancora cercando un pasto, un’elemosina; basta salire verso Colle Oppio e fermarsi davanti la mensa della Caritas per incontrare decine di immigrati, centinaia di Italiani, giovani e anziani che cercano cibo e accoglienza, una volta tanto lontano dalla strada. Ognuno ha la propria storia ed è sbalorditivo scoprire che in fondo, i racconti, nell’epoca dell’impietosa globalizzazione, sono sempre gli stessi.

La fame e la miseria sono globali quanto il mercato, e le leggi che le governano, paradossali ed inafferrabili, sono anche esse spietate.  I racconti mettono in luce assurdità che meriterebbero di essere approfondite; sembra che sia più facile ottenere un posto letto per un immigrato piuttosto che per un italiano, che i governi stranieri passino delle seppur misere sovvenzioni alle organizzazioni umanitarie per la cura dei propri rifugiati, mentre i fondi del governo italiano si facciano aspettare per mesi, senza che nessuno ne parli.
Sono notizie di questi ultimi giorni: in Italia dopo alcuni anni di relativa stabilità, il fenomeno della povertà economica relativa (parametro che esprime la difficoltà nella fruizione di beni e servizi) appare in crescita: oggi riguarda il 13,8% dell’intera popolazione. Ecco quanto emerge dal nuovo rapporto Caritas-Zancan su povertà ed esclusione sociale in Italia Poveri di diritti, presentato a Roma: le Caritas diocesane continuano a registrare un aumento costante delle persone che si presentano ai Centri di Ascolto e ai servizi promossi. Negli ultimi quattro anni il numero è aumentato del 19,8%, e quasi il 70% proviene dal Sud-Italia. Ma questa volta è bene proporre uno sguardo anche verso il Nord Italia, quando il pettegolezzo popolare punta il dito sempre verso il basso dello stivale e i “poveri storici”: tra il 2009 e il 2010 infatti, proprio in Veneto, l’incidenza della povertà relativa è passata dal 4,4% al 5,5%, con un incremento significativo. Nel 2010 si è quindi verificata un’inversione di tendenza anche nelle regioni settentrionali, così che il valore del Veneto è oggi superiore a quello medio del Nord.

Una panoramica che partendo da Roma si affaccia sull’intera Penisola: l’evoluzione metropolitana della catena alimentare racconta la globalizzazione fra luci ed ombre. Le contraddizioni emergono sul filo della quotidianità: il cibo che ogni giorno mettiamo nel piatto non è un dato così scontato, così come il piatto stesso.

“La speranza è una buona prima colazione, ma è una pessima cena” scrisse Francis Bacon.
L’uomo non è solo ciò che mangia; ma ciò che un uomo mangia ne fotografa un frammento inspiegabile di vita nel suo cammino verso l’adattamento, la convivenza e la sopravvivenza. E’ possibile trovare tutto e ovunque, nella metropoli contemporanea, ma la fame sembra essere tristemente la merce di scambio più gettonata. La responsabilità non ci appartiene in maniera esclusiva ma, a guardare nello specifico, è necessario ammettere che ne siamo singolarmente complici attraverso i nostri singoli gesti. Si tratta ancora una volta di scelte singole da proiettare in scala globale.
Il gatto torna a mordersi la coda: o ci sediamo ad aspettare un’involuzione della società o cerchiamo di intervenire sul presente. Ancor prima delle leggi discutibili di pochi, il problema è il cervello di tutti gli altri.


Foto di Arianna Fraccon

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Category: Attualità, Food + Wine, Roma

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