Adisa, un viaggio emozionante nel misterioso popolo Rom

13 febbraio 2012
di Sandra Capitano

L'occhio discreto di Massimo D'orzi ci accompagna nella serenitĂ  e nel dramma di un villaggio della Bosnia Erzegovina: i bellissimi volti, il paesaggio e la loro vita fuori dal tempo


Chi sono i Rom, come vivono e quanti ceppi ne esistono? A queste domande, trova risposta il delicatissimo film documentario diretto da Massimo D’orzi, che a otto anni dall’uscita in sala (era il 2004) viene riproposto da giovedì 16 febbraio in tutte le librerie italiane, in una ricca versione cofanetto (Libro+Dvd, Il Gigante Cinema e Infinito Edizioni) e con tanto di prefazione inedita dell’eccezionale regista Silvio Soldini. Adisa o la storia dei mille anni racconta, in un pudico gioco di primi piani e chiaroscuri, un viaggio attraverso uomini, donne, bambini appartenenti al popolo Rom (il termine significa “uomo”).

Siamo in Bosnia, in una terra uscita dalla guerra fratricida da poco e, in un angolo remoto tra fiumi e montagne, c’è un villaggio popolato da un’etnia stanziale di rom, che non hanno mai praticato il nomadismo, i Kaloperi. E’ questa la prima cosa che apprendiamo: al di là della comune origine indo-europea, all’interno del mondo Rom non esiste un’unità, ma tanti gruppi o ceppi diversi. Ci sono gli Havati, i Kanjaria, i Lovara, i Khorakhané, i giostrai, gli Abruzzesi (che sono in Italia dal 1300), i Gagé (sedentari) e, come se non bastasse, i Sinti che molti non considerano nemmeno Rom.

D’orzi si avvicina ai Kaloperi che, proprio perché da sempre rifiutano il nomadismo, non vivono in tende o roulotte, ma in vere e
proprie case fatte di pietra.  Attraverso primi e primissimi piani, D’orzi mette da subito la sua camera all’ascolto delle persone: la loro condizione sociale, le loro tragedie e durezze, il loro isolamento frutto di discriminazioni, ma anche i sogni perduti di un passato mitico e favoloso (l’origine dall’India, i riti e le feste che in un’epoca felice arricchivano la vita quotidiana). Sin dalle prime sequenze, il regista ci proietta nel cuore di questo microcosmo, che a tratti sembra riconoscibile (in qualche modo è come se ritrovassimo d’un tratto l’essenza di un mondo contadino che è nella memoria ancestrale di tutti), ma che in fondo è tanto alieno, soprattutto per noi abitanti di società industriali, dove il tempo è solo denaro e non un susseguirsi di stagioni in cui ciò che conta è trovare acqua, accendere un fuoco o cercare un riparo.

Senza farsi mai travolgere e senza mai fingere un’impossibile familiarità con loro (udiamo costantemente la voce di un “mediatore”, una guida locale ma non interna alla comunità che pone questioni alle persone filmate, ma che non è detto rappresenti il punto di vista del cineasta), D’orzi riprende i loro bellissimi volti, gli sguardi misteriosi, tra cui quello di Adisa, colei che da il nome al film, ovvero una piccola bambina sorridente e serena.  Adisa frequenta la scuola, ma intervistata dal mediatore racconta di vergognarsi della sua condizione, perché discriminata, così non invita mai i compagnetti a giocare a casa sua, né vuole fargli sapere come vive. E’ la regia delicata di D’orzi a permettere di far venire fuori verità ulteriori, oltre le parole faticosamente e timidamente pronunciate, come in un’altra sequenza, in cui una delle ragazze Kalipori dichiara la sua inequivocabile e irrevocabile distanza: lei non si sente una rom nomade e mai lo sarà, così come mai imparerà la lingua dei padri.

Con lo stesso pudore sono girate le sequenze in esterni: i movimenti quotidiani intravisti da dietro le tende ricamate, il paesaggio invernale che circonda il villaggio, l’idea di uno scorrere liquido delle esistenze attraverso le riprese in movimento lungo il fiume.

Sebbene moltissimi documentari siano stati realizzati sui Rom negli ultimi anni, per via dei recenti accadimenti di discriminazione sociale e “statale”, questo film documentario va oltre. PerchĂŠ mentre i cineasti di tutti i Paesi europei si sono sforzati di denunciare, di indignarsi, ma forse soprattutto di capire il mistero di un popolo che resiste a un’idea di forzata, globale integrazione e fa della sua alteritĂ  una condizione imprescindibile di esistenza, Adisa non tenta di capire o di fermarsi alla comprensione. E lo fa giĂ  dall’umile e insieme orgogliosa dichiarazione enunciata nel cartello iniziale (ÂŤ…Abbiamo seguito le immagini e il movimento senza capire…Âť) in cui si percepisce lo scopo del viaggio, proprio come dice il critico Fabrizio Grosoli, che insieme a Soldini arricchisce col suo contributo la versione cofanetto: “Adisava oltre lo sguardo paternalista e indagatorio che assume di solito il filmmaker, oltre la volontĂ  di costruire immagini rassicuranti che possano attenuare le contraddizioni, oltre la tentazione di fermarsi alla “fotogenia” folkloristica di quella gente. E per questo Massimo D’orzi riesce a essere – come accade a tutti i veri documentaristi – insieme dentro la Storia e fuori da una banale restituzione dell’attualitĂ  o della cronaca. Anche se le persone che vediamo, i racconti che sentiamo non sono certo, purtroppo, fuori dal tempo”.

Immagine anteprima YouTube

Adisa o la storia dei mille anni
Un viaggio emozionante nel misterioso popolo Rom
Regia: Massimo D’orzi
Prefazione: Silvio Soldini
Presentazione: Fabrizio Grosoli
Testi: Predrag Matvejevic, Silvia Angrisani e Paola Traverso
Contenuto: libro con foto a colori e testi + DVD con film e contenuti speciali
Pagine: 112
Prezzo: € 16,00
In libreria e in sala da: 23 febbraio 2012

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