Intervista ad Emilia Sarogni autrice della biografia del patriota napoletano, eroe del Risorgimento italiano
” Rinunziare alla propria libertà per accrescere quella della patria,
è lo stesso che mutilarla per renderla intera, è un assurdo. ”
Carlo Pisacane
Sullo sfondo di un’Italia ancora divisa e in molti casi assoggettata dagli stranieri, si svolgono le vicende di un patriota napoletano: Carlo Pisacane, soggetto dell’omonimo libro di Emilia Sarogni. Irrequieto e intollerante alla corruzione e all’arretratezza, spicca per l’intelligenza non solo di combattente ma anche di pensatore e scrittore. Gli verrà concessa dalla storia la corona di pazzo visionario e precursore del socialismo per aver creduto, come disse egli stesso, in una libertà che non turbasse l’eguaglianza, ad una unità d’Italia fondata sul risveglio della coscienza popolare.
Un “ghibellin fuggiasco” che scappa da Napoli per amore, soffre la fame e la miseria e si accende di passione nei salotti degli esuli italiani all’estero. Approderà prima in Inghilterra e poi in Francia per ritornare in Italia con l’unico pensiero di riunificare la penisola e combattere. Ripartirà da Roma e dalla sua Repubblica per finire il suo percorso lì dove era iniziato, nella sua terra natia.
Emilia Sarogni racconta di uomo che visse ogni attimo della sua vita manipolandone il destino e la fine. Sullo sfondo, un risorgimento sfrenato che ha segnato inevitabilmente, uno dei periodi più importanti della nostra storia. Dovuta è stata la scelta di intervistare la scrittrice su un tema e un personaggio tanto discusso.
C’è stato un episodio scatenante nella vita di Carlo Pisacane che l’ha colpita e affascinata a tal punto da decidere di scrivere la sua biografia?
Mi ha affascinata la generosità di Carlo Pisacane nell’offrire la sua vita, la sua forza, l’ottima formazione militare ricevuta alla “Nunziatella” di Napoli, per aiutare gli italiani del Nord quando, nel 1848, è corso a combattere a favore del Lombardo-Veneto, insorto contro l’occupazione austriaca. Gli austriaci consideravano i lombardi e i veneti inferiori ai cittadini di lingua tedesca. Basta leggere Carlo Cattaneo.[...] Pisacane però non accettò di rimanere a Milano a scrivere e discutere. Volle raggiungere il confine più fragile e pericoloso, per tenere gli austriaci lontano dalla Lombardia. Nominato capitano nel “Reggimento della morte”, quasi una premonizione del suo tragico destino, raggiunse le postazioni più avanzate nel Veneto orientale, scontrandosi con le sperimentate formazioni del comandante austriaco Nugent. Vinse diversi scontri, alcuni protratti per due giorni e terminati all’arma bianca. Venne esaltato dai giornali di Milano. Ferito gravemente, rischiò di perdere il braccio destro. Fu curato e salvato da un giovane medico lombardo, Antonio Leone, che molto lo ammirava. Cattaneo, con il quale era nata una solida amicizia, durata per tutta la vita, gli mandò la sua donna, l’adorata Enrichetta. In Lombardia, più che a Roma o nel Cilento o nei deserti del Nord Africa, si esprime la grande capacità di capo militare e combattente di guerre di guerriglia di Pisacane, vero e proprio precursore dell’eroe del secolo scorso, Che Guevara.
Nel suo libro emerge una netta differenza ideologica e strategica tra Garibaldi e Pisacane: Si può dire che l’unità nazionale per il primo sia stata un’impresa e per l’altro una delusione?
Per entrambi è stata un’impresa e per entrambi una delusione. Sono stati i due più grandi comandanti del Risorgimento. Possiamo giudicare la diversa strategia militare di Garibaldi e di Pisacane dai contrasti che emersero durante la difesa della Repubblica Romana, nel 1849.
Pisacane privilegiava la guerra di guerriglia e proponeva il ritiro sulle montagne dell’Appennino, lasciando Roma. Garibaldi, invece, chiese e ottenne che si tenesse la città fino all’ingresso delle truppe francesi. La posizione di Garibaldi era più politica. Comprese che non avrebbero potuto vincere contro le forze preponderanti francesi, aiutate dagli austriaci, dai papalini e dai borbonici, ma vide con chiarezza che l’eroica difesa avrebbe fatto di Roma la stella polare del Risorgimento.
Nella città vennero a combattere, a soffrire e a morire migliaia di patrioti da ogni parte d’Italia. [...] Enrichetta, la compagna di Pisacane, operò come direttrice delle ambulanze e si distinse negli scontri di Trastevere. La difesa di Roma fu l’evento più unificante di tutto il Risorgimento, l’unica possibilità di costruire la Nazione senza intervento dei Savoia e con una Costituzione molto avanzata. [...] Pisacane però stimava molto Garibaldi, come si comprende da una sua lettera. Come posizione politica, sia Pisacane che Garibaldi furono sensibili alle istanze popolari, ma per Garibaldi l’Unità veniva prima di tutto. Pisacane, morendo nel 1857 nel Cilento, a soli trentanove anni, non arrivò a vivere la delusione.
Previde, è vero, la possibilità di un possibile fallimento, se non si fosse fatta la riforma sociale. Anche Garibaldi soffrì profondamente, quando il Governo non realizzò le sue promesse, fatte in Sicilia, di distribuzione di parte delle terre ai contadini e della sistemazione nell’esercito italiano dei suoi garibaldini, molti anche meridionali, che avevano combattuto con lui la difficile battaglia del Volturno [..]
Quanto ha influito Enrichetta Di Lorenzo sulla vita e le scelte di Pisacane?
Enrichetta ha rappresentato per Carlo Pisacane il destino. Ne determinò la fuga a Londra e poi a Parigi, dove entrò nei Circoli patriottici e irredentisti italiani per la prima volta. Così Pisacane nel 1846 iniziò la sua corsa verso la liberazione dell’Italia dallo straniero e la sua unificazione, che durerà undici anni. Non solo questo, però, voleva Pisacane, ma anche la trasformazione dell’Italia in un Paese più giusto per tutte le componenti sociali. Fu Enrichetta a salvarlo a Roma, rinchiuso a Castel Sant’Angelo, dopo la caduta della Repubblica Romana nel luglio 1849, recandosi a implorare la grazia dal generale Oudinot. La passione per Enrichetta superò anche il dolore e l’offesa del suo tradimento con Enrico Cosenz a Genova, nell’estate del 1850, mentre lui era lontano. [...] Condivise con Enrichetta tutte le sue decisioni, tranne che nell’accettare l’impresa di Sapri, rifiutata da Garibaldi e da Cosenz. [...]
Lei crede che uno spirito libero come quello di Carlo Pisacane si possa accostare all’idea di socialismo?
Assolutamente si. Pisacane fu il primo in Italia a inaugurare, di fronte alle grandi sofferenze dei lavoratori nel corso della prima rivoluzione industriale e allo sfruttamento dei contadini nelle campagne di tutta la penisola, un’idea di socialismo libertario, vicino alle idee dei socialisti francesi Proudhon e Louis Blanc e al sistema di organizzazione e rappresentanza dei lavoratori, inaugurato in Inghilterra. Non aderì alle idee di Marx della dittatura del proletariato. Mai rinunciò alla libertà. Libertà, Costituzione, Associazioni dei lavoratori erano le sue idee guida.
Le condizioni di povertà e di sfruttamento che Pisacane vide durante il suo soggiorno in Inghilterra circa gli operai, hanno condizionato la sua idea di progresso?
Certamente sì. A Parigi visse la Rivoluzione del febbraio 1848, che pose termine per sempre alla monarchia, nella quale erano presenti i socialisti, con Louis Blanc, fondatore degli Atéliers Nationaux, sorta di industrie di Stato. Dovevano alleviare le terribili condizioni di vita e di lavoro degli operai. A Genova frequentò Herzen, l’ideologo russo delle “Comuni contadine”. A Parigi, in Inghilterra, in Svizzera, Pisacane ebbe modo di incontrare alcuni dei migliori cervelli della diaspora patriottica italiana. Conobbe, oltre ai socialisti francesi, anarchici, indipendentisti scozzesi, cartisti inglesi, che furono i primi sindacalisti. Ma il suo socialismo si sviluppò in modo originale e autonomo, connaturato con la grande impresa della liberazione dell’Italia dal dominio straniero, diretto o indiretto. Pisacane fu anche un grande lavoratore, scrisse opere complesse, come la storia della guerra del 1848-49 per liberare l’Italia e i i saggi storici-politici-militari, uno dei quali intitolato “La Rivoluzione” è molto importante per comprendere il suo pensiero.
Per tutta la vita Carlo Pisacane si è trovato a scegliere le vie più impervie e faticose. Spesso contro ogni logica ha sfidato la sorte con coraggio. Cosa lo ha spinto nella sua ultima grande azione rivoluzionaria tra incertezze e pericoli?
La tragica impresa di Pisacane nel Cilento del 1857 fu determinata dalla volontà di dimostrare che il Sud sapeva costruire il proprio futuro.[...]Nella visione di Pisacane il Sud, sia che si scegliesse la forma federale dell’Italia, che in un sistema unitario e democratico, doveva restare nelle mani degli italiani. Per la cosiddetta impresa di Sapri concorsero però altre ragioni. La decisione di Mazzini di organizzare un’insurrezione nel Mezzogiorno, sulla base di notizie pervenute dal Comitato mazziniano segreto di Napoli, diretto dal simpatizzante anarchico Giuseppe Fanelli, che dicevano i tempi favorevoli all’azione. Il fatto che Garibaldi e Cosenz avessero rifiutato l’impresa stimolava il coraggio temerario del grande combattente napoletano. Infine forse si aggiunse una ragione personale: la ferita per il tradimento di Enrichetta con l’amico della giovinezza alla “Nunziatella”, Enrico Cosenz. Era andato di persona a Torino per portare Enrico con sé. Ma Cosenz, astuto e prudente, aveva rifiutato. Farà una grande carriera come generale dei piemontesi e come prefetto e senatore a vita nell’Italia unificata. Ma l’impresa di Pisacane, anche se lo condusse alla morte, fu molto importante per l’ammirazione che suscitò in Italia e all’estero.
NOTA // Alcune parti dell’intervista, opportunamente segnalate, sono state tagliate esclusivamente per facilitare la lettura online. Nostra preoccupazione primaria è stata lasciare inalterato il senso e la ricchezza della risposta.
Carlo Pisacane
L’amore. L’Italia. Il socialismo
Autore: Emilia Sarogni
Casa Editrice: Edizioni Spartaco
Pagine: 192
Prezzo: 15,00 €




















