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L’indagine condivisa della bellezza: Leonardo Mayol racconta Open House Roma

30 aprile 2012 | By More
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Con la collaborazione di Andrea Scutellà

Reazione emotivo-architettonica a OHR

Open House Roma è ormai “di casa” a Fuori le Mura, ma per chi non avesse avuto il piacere è giornalisticamente opportuno ricordare che si tratta dell’evento romano per cui i prossimi 5 e 6 maggio moltissimi edifici (ben più degli inziali 80) storici, novecenteschi, di recente costruzione e non ancora ultimati apriranno le porte gratuitamente a curiosi e studiosi. I primi sono invitati a partecipare per mappare la città in modi nuovi e, crediamo, potenzialmente inaspettati; i secondi a contribuire mettendo sul piatto le conoscenze tecniche, acquisite durante esperienze universitarie e lavorative, da condividere con chi, come gli organizzatori, vorrebbe l’accesso alle ragioni e meraviglie dell’architettura più libero e facile. Troppo spesso il panorama urbano viene percepito dagli abitanti (meno dai turisti) come una facciata, una superficie piatta dietro cui si celano significati e storie creduti inarrivabili o, peggio, perduti. Non sempre a torto. Open House nasce proprio per abbattere un difetto congenito dell’architettura: l’essere meno conoscibile rispetto ad altre forme d’arte, soprattutto nelle sue fondamenta, nelle ragioni della posizione di una finestra o della scelta di un determinato materiale.

Tuttavia, se di fronte a un quadro (il discorso sarebbe più complesso considerando nuovi percorsi espressivi emersi recentemente) l’estraneità della tela rispetto al contesto (si fruisce in un luogo artificiale – museo? – per il motivo specifico di mostrarsi) impone l’indagine sulla sua genesi, un edificio rischia di passare inosservato perché è costantemente calato nel contesto, che ne sottolinea la destinazione d’uso più delle proprietà esteriori in quanto conseguenze di volontà autorale. Invece è giusto, voltandosi mentre si torna a casa, ri-valutare la città in cui si vive secondo categorie nuove, nella convinzione che non sia così cliché reputarla un museo a cielo aperto. Con questo presupposto ogni palazzo è decontestualizzato, sganciato dallo scopo della sua presenza in favore delle modalità della stessa. Il processo non è di semplice realizzazione senza il supporto di un sapere professionale, prerogativa proprio di OHR, per cui numerosi progettisti ed esperti saranno presenti per guidare i visitatori nell’esplorazione della profondità di ciò che credevano bidimensionale.

Dopo aver proposto alcune chiavi di lettura (accessibilità e appartenenza, modalità di fruizione dello spazio urbano, gratutità delle prestazioni professionali) e un trittico di interessanti itinerari (123), Fuori le Mura incontra Leonardo Mayol, direttore di Open House Roma, che ci parla della genesi dell’evento e propone alcune nuove interpretazioni: dalla volontà di innovare il concetto di città come spazio dell’interazione sociale (in un momento in cui invece questa si sposta sempre più vistosamente – e virtuosamente, ci sentiamo di aggiungere – in luoghi immateriali) al tentativo di riqualificazione anche nominale delle periferie, passando per una non scontata correlazione tra profitto e buone pratiche del costruire sostenibile. Perché la bellezza non va subita, ma indagata.

Leonardo Mayol

Come nasce l’idea di portare Open House a Roma?

Ho lavorato a Londra per diversi anni, in un grande studio di architettura che apriva al pubblico con Open House London numerosi edifici progettati in tutta la città. A Londra l’evento Open House è una realtà consolidata, riconosciuta come strumento fondamentale per avvicinare i cittadini all’architettura e come esperienza concreta di politica condivisa. Di ritorno a Roma, con Davide Paterna, coordinatore del programma di Open House Roma e co-fondatore del nostro studio di architettura, Piano B, abbiamo ritenuto che questo esperimento potesse essere ripetuto nella nostra città per donare nuova vitalità all’industria creativa locale e permettere a tutti di scoprire luoghi poco accessibili o poco conosciuti.

C’è qualche motivo particolare per cui non c’era mai arrivato?

Nonostante Open House London compia proprio quest’anno ben 20 anni, la sua diffusione nel mondo è piuttosto recente – solo a partire dal 2002, con l’apertura di Open House New York, il progetto si è cominciato a moltiplicare in altri paesi.
Inoltre, la macchina organizzativa per avviare un evento di questa scala è piuttosto complessa – a noi stessi sono occorsi due anni per organizzare la prima edizione di Open House Roma.

Pensi che per i cittadini romani Open House possa significare una riappropriazione della città intesa non come luogo di lavoro o di passaggio, ma in quanto spazio aperto in cui trascorrere il proprio tempo libero?

Certamente. Mi auguro però che possa significare anche di più. Open House per la prima volta chiede agli addetti ai lavori – architetti e studenti universitari – di mettere a disposizione, gratuitamente, le proprie competenze per permettere ai cittadini di esplorare la città in un modo privilegiato, innovativo. Aprire al pubblico anche abitazioni private, spazi sconosciuti, luoghi inaccessibili, proietta in una dimensione dove ci si sente i benvenuti a casa d’altri e quindi consente di riappropriarsi della città intesa anche come teatro dell’interazione sociale.
Nelle altre città del mondo dove è realizzato, la novità prorompente di Open House è stata accolta e recepita in modo straordinario e auspichiamo che il pubblico romano avrà una simile reazione.

Quanto sarà straniante per il cittadino romano visitare luoghi noti – ma mai notati, visitati o conosciuti fino in fondo – con la guida di esperti del settore?

I cittadini romani sono abituati a vivere in un luogo dove la storia e l’arte hanno prodotto uno dei paesaggi urbani tra i più sorprendenti al mondo. La consuetudine di andare al lavoro in motorino ogni mattina passando davanti alla scalinata di Trinità dei Monti o alla Basilica di San Pietro comporta una naturale assuefazione alla bellezza.
Sicuramente i volontari di Open House sapranno rappresentare un’immagine inedita della città ai visitatori di Open House Roma. Se alla fine del weekend i romani saranno più curiosi, orgogliosi e attenti al proprio ambiente urbano potremmo dirci pienamente soddisfatti del lavoro svolto.

A Roma, negli ultimi anni, simili eventi – come la Settimana della Cultura – si ripetono con cadenza annuale. Quali possono essere dei percorsi (anche per vie istituzionali) possibili per allargare l’accessibilità alla cultura e non relegarla in grandi eventi circoscritti?

È indubbio che i grandi eventi annuali, sebbene in un arco molto limitato di tempo, costituiscano un volano in grado di coinvolgere il pubblico con più efficacia. L’evento Open House Roma 2012 sarà il primo di una serie di strumenti che la nostra associazione no-profit, Open City Roma, vuole sviluppare per tenere alta l’attenzione durante il corso di tutto l’anno su temi che in un singolo weekend possono essere solo accennati. Il coinvolgimento delle autorità locali e più in generale delle istituzioni in tal senso è l’aspetto piú determinante, per consentire continuità all’iniziativa di piccoli privati, come le associazioni culturali.

Il programma è vastissimo: quale ti sembra la zona di Roma che necessita più delle altre di essere riscoperta? Quale il sito che non potresti perderti da visitatore e perché?

In questo momento l’area che più di tutte a Roma sta affrontando un importante processo di sviluppo territoriale è probabilmente il quartiere Tiburtino, dove la nuova Stazione diventerà una nuova centralità in grado di modificare i pesi dell’assetto urbano. Nella nostra città abbiamo in generale un’emergenza di ridare una giusta rilevanza a tutte le aree periferiche, l’azione di Open House nei prossimi anni cercherà quindi di toccare i municipi di tutto il territorio comunale.
I siti che mi incuriosirebbero maggiormente sono i cantieri – ad esempio quello del Ponte della Scienza, o quello del Nuovo Centro Congressi. Sono la chiave di lettura per capire gli sviluppi futuri della città.

Quale contributo può dare l’architettura, come disciplina, a vincere le grandi sfide ambientali del nuovo millennio?

In molte nazioni costruttori e istituzioni hanno intrapreso dei processi virtuosi per venire incontro alla richiesta di attenzione verso i temi della sostenibilità ambientale che dalla società arriva sempre più forte. Le aziende, di qualsiasi settore, ormai traggono giovamento dalla loro green policy persino in termini di profitto.
L’architettura ha il compito non solo di interpretare questa tendenza, ma di essere in prima linea per evidenziare la necessità di un approccio incisivo rispetto alla minimizzazione dell’impatto degli edifici sull’ambiente e rispetto al tema della mobilità sostenibile.

Open House Roma
5-6 maggio 2012
www.openhouseroma.org
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Category: Arte, Attualità, Roma

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