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La sconfitta delle distopie totalitarie: Huxley e Orwell vs Beigbeder

7 maggio 2012 | By More
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Una scena di Videodrome, film di David Cronenberg

“Vi proibisco di desiderare a caso!”

(Frédéric Beigbeder Lire 26.900, più recentemente Euro 13,89)

Spesso ci troviamo a parlare di libri di sconvolgente attualità, nonostante la loro datazione. Quante volte ci è capitato di dire che questo o quello scrittore aveva previsto esattamente come sarebbero andate le cose? A volte però ci facciamo prendere dalla pelle d’oca, perché guardiamo parzialmente i fatti. Ci sono due grandi libri, due solide, monolitiche e ben costruite distopiegenere letterario che immagina le cose come peggio non potrebbero andare - politiche che hanno stordito il Novecento, lo hanno preso a cazzotti con la forza della costruzione di un sistema, di un mondo, che rifletteva alla perfezione le ansie, le paure, gli incubi notturni di un intero secolo. Due cosmi che però restano confinati all’interno del tempo in cui sono nati. Nessuno, purtroppo, è profeta in patria e l’arte della divinazione non appartiene agli esseri umani ormai da qualche secolo. La sconvolgente attualità che spesso è ascritta a quei libri dipende piuttosto dal nostro ritardo cronico nel pensare, nel tematizzare il presente. Viviamo sempre un attimo in ritardo sulla realtà e i miti che pensiamo abbiano precorso le epoche, spesso sono solo delle lucide (e geniali) analisi in tempo (quasi) reale di ciò che è stato già vissuto.

Qualche esempio?

Anno 1948 – Un tal Eric Arthur Blair, che i più conosceranno come George Orwell, scrive un romanzo che s’intitola 1984, giocando come tutti sanno sul rovescio dell’anno ’48 in ’84, per indicare un mondo a venire che aveva delle profonde radici nel presente. La trama del romanzo è cosa conosciuta, ma quel che ci interessa qui è notare come il paradigma del tremendo potere proposto dal giornalista inglese sia improntato sulla direzione politico-sociale delle masse. Un mondo basato su un rigido controllo, un potere pervasivo, che tutti osserva e punisce duramente, reprimendo ogni occasione di ribellione. La frase più rappresentativa del modello orwelliano è “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”, dove quel chi è da tradursi immediatamente in un’amministrazione, in un governo. Lo stato immaginato da Orwell è così forte da avere il pieno controllo sulla temporalità che attraversa le coscienze dei sudditi.

Ma facciamo un passo indietro

Anno 1931 – Aldous Leonard Huxley scrive Il Mondo nuovo. L’analisi di Huxley è più sottile e non fa riferimento a un modello di potere basato sul sistema binario controllo sociale-punizione. Lo scrittore inglese pensa all’incubo della standardizzazione genetica. Non c’è bisogno di punire in un mondo che controlla biologicamente le nascite, che crea degli individui Alfa, Beta, Gamma e Delta e gli assegna un compito ben preciso da svolgere fin dalla fuoriuscita dalla provetta in cui sono stati concepiti. Anche quello di Huxley è “l’incubo dell’ordine eccessivo”, come ammette in Ritorno al mondo nuovo. In questo assomiglia inquietantemente al mondo di Orwell e forse è ancora più tremendo, perché un sistema in cui non è prevista repressione, è un sistema in cui nessuno, almeno per il momento, ha provato a ribellarsi. La frase più rappresentativa del mondo huxleiano la pronuncia Mustafà Mond, alludendo al perfetto ordine sociale “La popolazione ottima è modellata come un iceberg; otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra”. Tuttavia, nonostante l’analisi di Huxley sia più sottile di quella di Orwell, anche in essa il mondo è gestito da una forte amministrazione centrale, che agisce sulle vite dei cittadini, addirittura controllandone la mappatura genetica.

Entrambe, come si può notare scavando a fondo, sono distopie da Stato Totalitario, realtà che lungi dall’essere avvenieristica era ben presente nelle vite dei due scrittori inglesi. Non si trattava di prevedere il futuro, ma di esasperare alcuni aspetti presenti nella società che entrambi vivevano immaginando un controllo che fosse il più rigido possibile. In questo, nonostante la diversa fortuna dei rispettivi romanzi, Huxley è più abile di Orwell: la sua distopia contiene degli elementi analitici di assoluta novità, nonostante sia stata scritta quasi vent’anni prima rispetto a quella del collega. In effetti l’autore del Mondo nuovo precede di poco la realtà, l’eugenetica nazista verrà messa in pratica – anche se era già stata teorizzata – qualche anno più tardi. Il conflitto di Huxley e Orwell si potrebbe forse ridurre a quello tra un modello più ispirato alle pratiche di controllo genetico che il nazismo stava per portare alla ribalta e quelle invece di controllo sociale che il comunismo, nella sua variante stalinista, aveva già fatto proprie.

Per arrivare al punto, però, è necessario fare un doppio salto mortale in avanti.

Al centro Frédéric Beigbeder

Anno 2000 – Frédéric Beigbeder scrive Lire 26.900, che al momento dell’uscita in francese si chiamava 99 francs, attualmente unificato sotto il titolo di Euro 13,89. Beigbeder, prima della pubblicazione di questo libro, era un pubblicitario e lavorava per l’agenzia Young & Rubican. Dopo l’uscita di questo romanzo è stato licenziato seduta stante . Per capire il perché basta leggere le prime due righe del secondo paragrafo del romanzo “Mi chiamo Octave e vesto da APC. Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda”. Un ottimo incipit per un licenziamento; un’ottima pubblicità per un libro che ha il pregio di mettere in luce un nuovo paradigma del potere. Perché come Huxley e Orwell, con i loro grandiosi romanzi totali, erano figli della loro realtà politico-sociale, Beigbeder è il bardo del mondo in cui viviamo. “Mmmmm è bellissimo penetrarvi nel cervello. Godo nel vostro emisfero destro. Il vostro desiderio non vi appartiene più: io vi impongo il mio. Vi proibisco di desiderare a caso. Il vostro desiderio è il risultato di un investimento calcolato in miliardi di euro. Sono io che decido oggi quello che voi vorrete domani”. La pubblicità, secondo Beigbeder, ha scelto una linea ancora più morbida della distopia huxleiana, che ancora prevedeva un intervento attivo sul patrimonio biologico dell’essere umano. Ha scelto la persuasione. Ha scelto di controllare, di monopolizzare ciò che per definizione è infinito, che salta in palo in frasca: il desiderio. Ma questo potere è ancor più subdolo: gli individui desiderano realmente gli oggetti di consumo che la pubblicità gli impone. Non riescono a capacitarsi di come avrebbero potuto vivere prima del telefono cellulare, o dell’ultimo computer ultrapiatto. Slogan come “Fox, impossibile fare senza” oppure “Il lusso è un diritto” parlano chiaro. Il paradigma del potere proposto da Beigbeder, dopo che Huxley aveva (quasi) eliminato la punizione, fa scomparire dalla scena il controllo da parte di un forte governo. Gli individui, aderendo liberamente, obbedendo senza giurare obbedienza, a quel potere seducente vivono nella distopia più perfetta e organizzata che sia mai stata pensata. 

Nessun controllo né sociale, né genetico: si tratta solo di libera adesione. La trasformazione degli esseri umani in consumatori non reprime, non struttura, non controlla, ma si limita a sedurre. Innestandosi sul desiderio lo devia dal suo libero corso, lo direziona verso migliaia di oggetti luccicanti, verso centinaia di vetrine colorate. Siamo la generazione che vive per consumare, la generazione più docile e manipolabile. Noi non riusciamo neanche ad immaginare una vera ribellione, siamo lontani anni luce dal Winston di Orwell e dal Selvaggio di Huxley. Ciò che li spingeva alla rivolta proveniva dalle profondità inesplorate della loro anima era proprio un desiderio indefinito, che andava oltre la perfetta organizzazione sociale, oltre la sicurezza: quei due personaggi desideravano delle relazioni vere, desideravano essere liberi di poter leggere Shakespeare. Avvertivano una mancanza, la mancata presenza di un “altrimenti”, che da qualche parte doveva pur albergare. Ecco che allora cominciava la ricerca.

Dove hanno fallito Hitler & Stalin sono riusciti Young & Rubican. Non c’è più bisogno di uno stato forte e centrale ormai da tempo, perché a governarci ci pensa il Mercato. La politica, tanto come politica estera quanto come polizia interna, è seppellita ormai da tempo. Oggi bisogna solo leggere il libretto di istuzioni della BCE per uscire dalla crisi. La Banca Centrale Europea ha più potere del Parlamento, nonostante solo quest’ultimo sia un organismo democraticamente eletto dai cittadini d’Europa. Mario Monti è solamente più competente e meno interessato di Silvio Berlusconi. Pier Luigi Bersani non può proporre una ricetta differente dagli altri due, perché si tratta di messi, di paggetti, di araldi: la ricetta per risolvere i problemi di un paese ormai è unica, ed è quella comandata dal Re. Il Goebbels di questo dittatore dalla invisibile mano è la struttura pubblicitaria: che non fa ricerche di mercato per carpire i desideri dei consumatori, ma per sperimentare se hanno recepito il messaggio pubblicitario, se cominciano a desiderare incessantemente l’ultimo I-Phone. Il prodotto deve innestarsi su quella potenzialità infinita che è il desiderio umano che va direzionato verso gli oggetti di consumo, perché se fosse deviato sulla costruzione di una nuova società, su un’ideale, sugli altri esseri umani, finirebbe per tornare ad essere il motore della storia, come Alexandre Kojève, ad esempio, amava definirlo.

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Category: Libri

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