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Planetary: “È uno strano mondo” da svelare e ricordare (parola di Ellis & Cassaday)

14 maggio 2012 | By More
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“È uno strano mondo”, “facciamo in modo che non cambi”: il fulmineo dialogo tra la reclutatrice Jakita Wagner e un appena arruolato Elijah Snow, in chiusura del primo numero di Planetary (MagicPress), spezzato e incorniciato dall’arancione del tramonto, impone il passo a tutta l’opera. Intercettato in una tavola calda sperduta, l’algido Snow entra a far parte dell’associazione Planetary e si adatta lentamente alle imprese degli archeologi dell’impossibile. In sostituzione del defunto Ambrose e al fianco della potente Wagner (una che con un calcio ti tira fuori la spina dorsale, vedere per credere) e dell’ambiguo tecno-empatico The Drummer (nome The, cognome Drummer), Snow si troverà presto a dover indagare e svelare la “storia segreta del mondo”. Il conflitto sotterraneo emerge lentamente: Planetary difende il creato dalla brama di potere e controllo dei 4, individui potenziati e mutati da uno sfortunato viaggio nello spazio, ricercando verità e armi nell’operato del collettivo di uomini straordinari (ora disperso dal tempo e dagli eventi) che scoprì la conformazione del multiverso, un fiocco di neve quantico, caleidoscopico e inesauribile vorticare di terre parallele. In sua difesa Planetary esplora passato, presente e futuro (oh, yeah!) per dissotterrare la tessitura che collega a doppio e triplo filo i più grandi segreti della Storia dell’umanità.

Architetture e citazioni – Se, per i continui rimandi e rivisitazioni, si può considerare Planetary come la riproduzione in vignette dell’architettura imprevedibile del fiocco di neve delle realtà (sviluppata in 27 albi pubblicati dalla DC-Wildstorm tra il 1998 e il 2009), Warren Ellis è particolarmente attento nel sintetizzare in ogni episodio gli elementi (meta)narrativi fondanti della serie. Con una sola eccezione, infatti, ogni issue è autoconclusiva: i primi numeri, come tutti introdotti da una cover con illustrazione e apparato grafico – logo, font, numerazione – sempre differenti, sono dedicati a trame apparentemente indipendenti tra loro (tanto da far temere al lettore il protrarsi eccessivo della noiosa struttura episodica) e hanno la funzione di definire il mood, il contesto di riferimento delle avventure della Planetary, progressivamente opacizzato (mai, però, dimenticato) quando i binari iniziano a intrecciarsi. Un’architettura efficace sul lungo periodo, pur se non originale, contrappuntata da gustosi divertisment per intenditori. Ellis persevera nel suo gioco citazionistico (già ampiamente esplorato in The Authority con umore maligno) coinvolgendo le più classiche icone del mondo supereroico e non (Batman, La Justice League of America, Wonder Woman, Thor, I fantastici 4, Sherlock Holmes, Nick Fury, Tarzan e via di seguito). Tuttavia, i riferimenti sono svincolati dal discorso critico sulla plausibilità del supereroe in età moderna, al contrario cardine delle avventure della fu Jenny Sparks. Anche se proponendo il calco della tortuosa biografia di un altro “figlio del secolo” (bambini, come Snow e Sparks, nati il primo gennaio del 1900 e destinati a incarnare lo spirito dei successivi, tragicomici, cento anni), Ellis abbandona presto la freddezza, così come fa il protagonista di fronte alla grandezza della missione da portare a termine, per l’empatia, vagamente moraleggiante e inevitabilmente emozionante.

Conservazione, progresso, arbitrarietà – Non bisogna dimenticare che i protagonisti di Planetary sono “archeologi dell’impossibile”: per loro indagare, scoprire e conservare ciò che è stato per meglio interpretare quel che sarà è un imperativo irrinunciabile. Lo strumento conoscitivo per eccellenza è la scienza, i cui confini sono ovviamente dilatati fino a raggiungere i cancelli della magia, soglia volontariamente non attraversata e anzi fuggita. Il conflitto tra i due reami (qui separati secondo consapevole convenzione) è ideologico: per Snow e soci la scienza è il mezzo per l’esplorazione del conoscibile e in quanto tale va a sua volta indagata e compresa. In opposizione, i poteri dei 4 (se non si fosse capito, vera nemesi di Planetary) hanno natura insondabile e magica, dove con l’incantesimo, antitesi dell’esperimento, si intende qualcosa di cui non si possono conoscere cause e ragioni, accettato come dono, elitario per definizione e precluso al resto dell’umanità. Quindi, velocemente, atrofizzato nell’inutilità. La scelta tra scienza e magia è prettamente etico-politica: solo la prima permette di accrescere la conoscenza del mondo e di risolverne le ambiguità per quanto possibile. In palio, neanche a dirlo, il futuro.
In Planetary l’atteggiamento conservatore (“È uno strano mondo, facciamo in modo che non cambi”) non si contrappone all’idea di progresso, ma va interpretato considerando il valore della memoria come intriseco all’esistenza. L’associazione vuole catalogare l’universo per preservarne la struttura, innegabilmente basata su diversità e differenza. La Storia semplifica spesso i due concetti ponendoli in contraddizione, soprattutto a livello poltico. Per Ellis, invece, la sintesi è semplice: la conservazione è necessaria se l’oggetto da proteggere è la molteplicità delle manifestazioni del reale. La Memoria come unico vero Dio.
La squadra di Planetary, tuttavia, soffre dell’autoritarismo che caratterizza (curdelemente) anche Authority. “La mosca nell’unguento, il bullone nell’ingranaggio”* è elemento irrinunciabile per Ellis, perché se Snow si genuflette di fronte al dubbio e serve senza indugio l’interrogare, pretende velatamente che le regole del gioco non valgano per sé, in ogni caso pedina più o meno consapevole. La giustezza delle azioni è un’autoinconronazione che regge fino a un certo punto, soprattutto di fronte all’adozione di pratiche dalla dubbia eticità come la tortura e l’omicidio. Siamo nel campo dell’”ambiguità del bene superiore”, della cui insolubilità e fralezza ha detto molto già Alan Moore in Watchmen.

Personaggi e non personalità – La grandezza della “storia segreta del mondo” non eclissa le vicende dei singoli personaggi. Si può azzardare dicendo che ogni microstoria confluita nell’affresco finale è composta dall’intrecciarsi di biografie secondarie solo in apparenza e che azioni e reazioni sono definite proprio da quanto è accaduto o accade ai personaggi e non tanto dall’elaborazione degli eventi filtrata da uno specifico carattere. C’è differenza? Non siamo forse tutti il prodotto di ciò che ci è successo? Solo in parte: manca personalità di fondo, per così dire genetiche, pensieri formalizzati che contengano non solo i fatti ma anche la rielaborazione degli stessi attraverso visione del mondo uniche. Quest’assenza è ampiamente giustificabile e giustificata dalla portata del disegno complessivo e dell’anzi grande maestria nel sintetizzare efficacemente fatti ed espressioni. Planetary, dunque, presenta sicuramente ottimi personaggi, ma non personalità**.

L’esistenza è stupefacente (anche per merito di John Cassaday) – Senza nulla togliere alla scrittura di Ellis (come al solito in splendida forma quando gli si concede completa libertà di azione), Planetary non sarebbe il capolavoro che è (perché a questo punto mi pare chiaro si possa parlare di opera irrinunciabile per tutti gli appassionati della nona arte) senza la bravura di John Cassaday.
La simbiosi tra sceneggiatore e disegnatore è evidente già dalle prime tavole e aumenta costantemente fino alla fine dell’opera. Alcune asprezze del tratto presenti all’inizio si dissolvono con l’aumentare delle pagine, lasciando spazio a una “libertà controllata”, vero cuore grafico.

Non se ne può avere la sicurezza, ma l’impressione è che Cassaday si sia divertito in misura crescente a concretizzare gli stupefacenti scenari partoriti dalla mente dello scrittore britannico. Nonostante questo l’equilibrio degli approcci non viene mai accantonato sia nell’invenzione degli ambienti e dei personaggi, sia nella costruzione di uno storytelling classico ma contaminato spesso da innovazioni strutturali, il tutto ben accompagnato dai colori pieni ma non piatti dell’ottima Laura Martin e di David Baron. Il tratto sinuoso e potente di Cassaday dà vita a un’estetica riconoscibile, e lo studio maniacale del rapporto tra la maestosità dell’insieme e la raffinatezza del dettaglio è particolarmente capace di restituire un senso di struggente meraviglia, proprietà dell’universo che Ellis vuole sottolineare come inappellabile: l’esistenza è stupefacente, punto.

Un fiocco di neve – L’evidente tripudio di elementi (valido tanto per la struttura quanto per i temi e la rappresentazione) rende Planetary un capolavoro che arriva in differita, di cui si riesce a comprendere l’importanza solo dormendoci su qualche notte e rileggendo il tutto più di una volta (a proposito, questo tutto è facilmente godibile grazie alla bella edizione in due Absolute di MagicPress, che consigliamo per il formato gigante, garanzia di fruizione ottimale). Assomiglia al mondo: meraviglioso e fragile come un fiocco di neve, forse tiepidamente interessante per uno sguardo superficiale, da mozzare il fiato con occhi incorniciati da microscopio e molta voglia di sapere.

 

Absolute Planetary
Casa Editrice: MagicPress

 

Vol. 1
Autori: Warren Ellis, John Cassaday, Laura Martin, David Baron
Pagine: 320
Prezzo: 25 €

Vol. 2
Autori: Warren Ellis, John Cassaday, Laura Martin
Pagine: 384
Prezzo: 30 €

*Mi permetto di rubare quest’espressione a Peter David, usata nel primo numero del vol. 3 di X-Factor (Marvel, 2005)

** Questa riflessione, come anche alcuni altri spunti interni all’articolo, è il risultato della lettura di Planetary: tecnodelia, meraviglie e mistica secondo Ellis e Cassaday, minisaggio ad opera di Simone Rastelli di gran lunga più esauriente di questo, apparso recentemente su Lo spazio bianco. Non che certe cose non le avessi notate, ma mi ha aiutato a mettere su carta. Dare a Cesare quel che etc etc.

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Category: Libri

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