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Uomini, valli a capire: Ovejero racconta la stranezza

14 maggio 2012 | By More
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Un anno nero per Miki, gli indifferenti di José Ovejero di E. Di Giulio

C’è chi di andare a Cuba a farsi per qualche spicciolo la prima mulatta che capita non ne ha nessuna voglia. Non ci sta a fare la parte del seduttore occidentale che alla causa di lavoro abbina volentieri pure qualche stereotipo profumato di sesso, e poi ha un’etica professionale, pure se sotto sotto la tentazione ci sarebbe con quella, anche perchè sennò fai la figura dell’imbecille.

C’è chi aspetta tutti i giorni le tre per confessarti la sua passione puntuale come un orologio, che non è tanto quello che ti dà fastidio, quanto le porcherie indicibili che gli escono di bocca. Poi però quando smette di chiamare prendi a morsi il cuscino. C’è chi si butta sulla macchina nuova e le liscia il fianco per vedere se sta bene. Chi un giorno si ritrova davanti il coinquilino omosessuale invece della fidanzata Marichel e allora chi se ne frega, a chi tocca tocca, tanto il sesso sempre quello è, un attimo.

C’è uno che neanche lo conosci e già ti si ficca nel letto con il telecomando in mano, roba da pazzi. Quello che a forza di paranoie, l’ora è fuggita via e pure la vita è fuggita via. L’intellettuale patetico che non si rassegna al tradimento, medita umilianti vendette e mischia lavoro e faccende personali manco fosse una donna. Il branco di ultratifosi invasati e ormonali mosso a compassione da un nudo sfregiato di spogliarellista, insperata pausa di tenerezza prepartita. E mettici anche un fidanzato patologico, stretto a un passato penosamente idealizzato, mentre il presente mostra chiari segni di cedimento. Cumuli di bollette, senza lavoro e la tua donna che non ci capisce più niente.

Dieci racconti dall’occhiata impietosa e disarmante, Come sono strani gli uomini (Voland) di José Ovejero è una raccolta di sintesi lucida e profonda, analisi attenta con parole crude o appena sbollentate della sfida a singolar tenzone, in cui la linea tra i sessi è sempre tesissima e le creature si incontrano nello spazio liquido della solitidine e dell’isolamento contemporaneo e postmoderno, nell’oscillazione faticosa dei ruoli e dei sentimenti, in cui il gioco delle parti è minacciato dal vuoto comunicativo, dalla simbiosi impossibile, dal diritto santissimo a tenersi qualcosa per sé.

Nel corpo a corpo tra uomo e donna, il contatto è insano, goduto appena, sfiorato, declinato, auspicato. Padri, mariti, amanti. Uomini, parlatori distratti, poco disponibili o pronti all’improvviso, imbarazzati e poi di nuovo fuori luogo, fintamente rampanti e virili, l’elenco dei malanni, sempre uguali, petulanti, prevedibili che ci puoi scommettere. Nemici della fantasia, delle premure, inadeguati, malati di letargia e ritrosia sentimentale, quelli che non ti danno mai una soddisfazione, pure se ce la metti tutta, maschi di amplessi ritardati, mai consumati, (solo) al telefono, peccatori e mariti violenti, goffi, smidollati, rompiballe, schiavi dell’abitudine.

Una galleria tenera e spietata di personaggi emotivamente instabili, calcolatori, sconvolti dall’imprevisto, che pure i figli li odiano per quanto sono pesanti, vittime da panico di attacchi d’autocontrollo. Hanno sempre un occhio per la segretaria e poi fanno gli orsi bruni. Se ne stanno a inorgoglirsi che non lo sanno neanche loro il perchè, ma in verità se la passano maluccio, in condomini rancidi di Germania, camere d’albergo che se la fanno sotto a uscire, appartamenti in gabbie di ricordi che non ti riconosci più, interni familiari sigillati con l’isolante.

E per un uomo che parla una femmina che ascolta, che lotta con l’incertezza, si tiene in equilibrio sudando sette camicie. Per uno seduto sul pizzo del divano, un’altra con gli occhi da triglia sulla televisione spenta, o ancora una che ha deciso di immolarsi sorvagliandoti per sempre (della serie gli uomini saranno anche strani, ma pure le donne non scherzano mica). Invisibili presenze che preghi dio di sopravvivere a quest’altro pranzo prima di correre a eccitarti pieno di vergogna col corpo a luci rosse di tua figlia, donna pure lei. Raduno polifonico e prosa dal gesto essenziale e distaccato, vestaglie scolorite, languidezze, equivoci. E quando sei sul punto di consegnare la risoluzione ti viene l’ansia, perchè te ne arriva uno che sta peggio di tutti gli altri. Ovejero, nuovamente e ancora di più, uomo sull’uomo. Memorabile.

José Ovejero, in Italia in occasione del Salone del libro di Torino 2012, ha risposto con grande cortesia e simpatia a qualche domanda di Fuori le Mura:

Sono ormai molti anni che Voland pubblica i tuoi scritti. Conosci un po’ il mondo editoriale italiano? Cosa ne pensi e quali sono le principali differenze, se ce ne sono, con l’editoria spagnola?
No, non conosco veramente il mondo editoriale italiano, ma mi rendo conto che è molto simile allo spagnolo in uno aspetto: è sommerso da e impegnato in una lotta feroce per la sopravvivenza. Ma non sono sicuro che, come in natura, siano alla fine i più grandi a mangiare i più piccoli. Credo che le piccole case editrici, se riuscissero a sopravvivere a questi tempi di cambiamenti, sarebbero poi maggiormente capaci di offrire al lettore una scelta intelligente, un criterio estetico pensato e ponderato, rendendole necessarie ben più di case editrici che puntano innanzitutto sulla quantità. Purtroppo per loro, la quantità (vera) si troverà su internet.

A tal proposito, che momento sta vivendo la letteratura in Spagna e quali sono gli autori a cui sei più affezionato?
È un momento strano: se si guardano le vetrine delle librerie si potrebbe pensare che si pubblicano soltanto best-seller, libri leggeri, più o meno belli, con l’intento principale di distrarre e proporre la letteratura come semplice evasione. Ma se si guarda bene all’interno delle librerie si possono trovare le opere di autori che pur non tralasciando il piacere estetico spingono a riflettere. Io personalmente preferisco una letteratura che invece di farmi dimenticare i miei problemi mi aiuti ad analizzarli.
Autori ai quali sono affezionato? Ce ne sono parecchi; per sceglierne un paio, mi riferisco alle mie letture recenti: Javier Pérez Andújar, Fernando Royuela, Sara Mesa, Fernando Aramburu.

Oltre che romanziere, saggista e poeta, sei a tua volta traduttore e interprete. I traduttori in Italia non godono, in generale, di trattamento felice (pochissimi, ad esempio, gli editori che come Voland inseriscono il nome in copertina), come ve la passata in Spagna? E com’è rileggersi ancora una volta nella traduzione di Bruno Arpaia?
In verità non sono mai stato traduttore, non soltanto perchè la traduzione è così mal pagata in Spagna come in Italia, ma anche perchè per qualcuno come me, che rimane tante ore davanti al computer a pensare e scrivere, non mi è mai sembrato una buona occupazione. Preferisco fare altre cose che mi spingono a uscire di casa, a relazionarmi con gli altri, a vivere fuori dalle parole. Ho fatto per anni l’interprete perchè non riuscivo a vivere di sola scrittura, ma ho smesso almeno dieci anni fa. Non fraintendere, il lavoro del traduttore è delicato e ammirevole: per fortuna ci sono anche scrittori che si occupano di traduzioni, come Bruno Arpaia. Dico per fortuna perchè ha fatto un ottimo lavoro con le mie opere: adesso Miki (Un anno nero per Miki, ndr) si legge in italiano senza avere l’impressione – come accade spesso quando il lavoro è pressappochista – di leggere una traduzione.

Sei stato e sei un grande giramondo e spesso anche i tuoi personaggi sono viaggiatori – non solo nel senso fisico del termine -, si muovono da una parte all’altra, non possono e non vogliono trovare una collocazione. Quanto gli “uomini di Ovejero” sono definiti da questa instabilità? E perché non riescono a stare fermi?
Hai ragione, quasi tutti i miei personaggi sono molto irrequieti,  sempre alla ricerca di un nuovo luogo che credono migliore di quello nel quale si trovano. Questa ricerca è l’espressione di un’insoddisfazione profonda,  si spostano perché non sono felici, senza rendersi conto che l’infelicità ci viaggia sempre accanto, ma è sempre più semplice cambiare posto che se stessi.

Un anno nero per Miki è un romanzo brutalmente contemporaneo. Ma chi è Miki alla fine? Un’altra vittima dell’incomunicabilità, un uomo sull’orlo di una crisi di nervi che avrebbe meritato un posto d’onore nella raccolta Come sono strani gli uomini?
Miki è un uomo come ce ne sono tanti (qualche volta mi somiglia). Non direi che sia una vittima dell’incomunicabilità perchè per lui non comunicare è una scelta. Lui non è interessato alle relazioni umane e preferisce avere rapporti con le sue macchine – computer, tv, Dvd – che sperimentarli con persone reali; perchè le relazioni sono faticose, la gente ti dà qualcosa pretendendo qualcos’altro in cambio. Persino e più di tutto, l’amore e fatica, ti sbatte in faccia i tuoi difetti, c’è sempre uno sforzo da compiere per ascoltare e capire l’altro, c’è bisogno di sincerità, disponibilità… che noia! Come biasimare Miki? Le macchine non vogliono niente, ti danno tutto e ti lasciano in pace: è la relazione perfetta.

Come sono strani gli uomini è una riflessione caustica e profonda sulla tragedia della comunicazione, sulla comprensione desiderata e irraggiungibile tra uomo e donna. Ma esiste un reale punto di contatto tra i due universi che non sia inevitabilmente fugace e deludente?
Il problema è appunto questa unione di “fugace e deludente”. Certo, i punti di contatto tra uomo e donna sono fugaci, e la tragedia è volere che siano eterni. La fugacità non è cattiva, non è deludente; Amarsi per sempre? Essere insieme per sempre immobili in questo momento perfetto nel quale ci guardiamo negli occhi… che palle! Questo vorrebbe dire non crescere, non cambiare, rimanere rinchiusi nel liquido amniotico di una relazione estatica. Il problema non sono né l’imperfezione né la fugacità, ma credere all’ideale della relazione perfetta e sentirci colpevoli se non la troviamo.

La distanza e le difficoltà nel rapporto tra gli individui hanno da sempre rappresentato il cardine della poetica di Michelangelo Antonioni e spesso tu racconti il senso di vuoto e di intima incomunicabilità delle relazioni interpersonali. Conosci il cinema di Antonioni?
Sì, conosco e ammiro il cinema di Antonioni. Una mancanza che avverto nei suoi film – ma forse non li ho visto tutti e il mio sguardo potrebbe essere parziale -, è la stessa che riscontro in tanti autori esistenzialisti: un’assoluta assenza di umorismo; hanno un atteggiamento quasi religioso di fronte all’essere umano: nelle loro opere tutto diventa trascendentale. Io mi sento attirato anche dagli aspetti tragicomici dell’umanità.

Come sono strani gli uomini
Qué raros son les hombres
Autore: José Ovejero
Traduzione: Bruno Arpaia
Casa editrice: Voland, 2012
Pagine: 195
Prezzo: 7,00 €

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