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Quanto sei bella Roma, nonostante tutto

28 maggio 2012 | By More
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Dillo alla Luna. Diglielo che hai un cane punk senza cresta, incazzoso e pure un pò qualunquista che si presenta a casa quando gli pare. Diglielo che te l’ha preso zio Augusto quando eri ragazzino, perchè un padre non ce l’hai più e la mamma per farti campare bene a te e a tuo fratello (e c’è pure una sorella, ma la calcoli così così), si fa coi secchi tutte le scale del quartiere. Diglielo che tutti i tuoi amici sono gli eredi pulciosi di quella periferia impastata a disordine e cemento armato che negli anni ’80 all’improvviso ha smesso di comprare il latte, perchè al telegiornale spiegavano che era meglio non rischiare. Diglielo che la coscienza politica e smaniosa del contestatore modello ti è venuta presto perchè di pinne con il motorino sfasciato sotto casa ne avevi abbastanza e ce n’era troppa di brace in quella testa per farti stare fermo e annoiato. Che tra le paranoie di Ghezzi alle tre di notte, i crepuscolari del compagno Mahatma col pallino della letteratura sotto il braccio e i lampi delle gazelle, c’è stata l’occupazione, le botte al Riz, lo sfascio nelle serate di autofinanziamento, e poi l’arresto, il collettivo che esce dall’università per colonizzare le cantine di Centocelle, operaia, abusiva, chiassosa.

Parla, la Luna ti è amica. Raccontale di Pippo, punkabbestia consumato e nostalgico, quarant’anni acidi di Peroni e superalcolici, di musica anni ‘80, Sid Vicious nel sangue e vecchie fanzine ciclostilate. Dille dei dibattiti su roba anarchica del tipo teoria uomo-macchina, di tutta quell’umanità tesa e teneramente concentrata che hai incontrato, che in mezzo ci è capitato pure un ex sindacalista, un avvocato, e un giornale autoprodotto. Dille che qualcosa da qualche parte è andata storta. Dille di te, Lenni. Che sei un guerriero urbano e romantico affascinato dalle gesta di Carmine Crocco, che ami le donne, le corteggi e ti imbarazzi ancora vagheggiando amplessi nel letto e rincorrendone altri quando ormai è troppo tardi.

Luna di Lenni è un romanzo dalla toponomastica elettrica e disodinata, dal riff grezzo e veloce, secco e radioattivo, lesto e popolare. C’è il viaggio (parentesi bucolica di rinfrescata consapevolezza ecologica nella campagna vergine e intatta del bolognese), ci sono gli anni della formazione, c’è un lutto devastante da eleborare con le pasticche per la mente. Fugge la ricomposizione, happy end o tragedia definitiva a mettere il punto, volutamente elusa, cri(p)ticamente assente. Perchè il futuro è un postaccio, precario, pericoloso, incerto almeno quanto il presente. Nel lieto stalkeraggio alla Luna, gli ululati di pensiero in orbita si mischiano ai sogni e alle inquietudini di un gruppo di amici svezzati per la strada. Storie di classe, vecchi picchiatori, caciaroni e mani in faccia, a caccia di teste rasate, lotte fisiche dal respiro cinematografico. Quando per il senso di appartenenza ammazzeresti pure tuo nonno e ti ritrovi dopo la maturità in fila alla segreteria didattica a darti un tono che non avrai mai.

Nella zampata generazionale, tondelliano appena appena, l’esordio di Emanuele Berardi puzza di viscere in metropolitana e controcultura, è guerriglia frusciante di parole, merci, consumi, preoccupazioni e fantasie radioattive. Mamma sempre in pensiero, l’incubo di Chernobyl, gli anni ’90, i due fronti della barricata, un playmobil poliziotto che arresta un playmobil black blok e pianti da lacrimogeni tagliati male. Un vecchio Mivar, la Casilina, la dinastia africana degli Hassan del condominio di Via dei Castani in soffritto perenne. La Roma guasta delle popolari, dell’intonaco che neanche a pagarlo, sotto ai palazzi (vado un attimo giù), il superorganismo tumefatto e tentacolare, orgoglioso e bastardo, l’ultracorpo ammalato con le sue leggi di natura contro natura. Ammoniacata dai gas di scarico di ultima generazione, bestia grossa e varia di orizzonti angusti, dal cuore neorealista. Centocelle, Casilino ventitré e Tiburtino III. Parla uno che l’ecosistema delle lenzuola stese ad asciugare lo conosce bene, che sa di quando a Piazza dei Mirti c’era ancora il mercato e il palo al centro la faceva sembrare un disco volante. Di quando il Forte Prenestino spingeva punk hardcore a manetta.

Martellante di basso e batteria, graffiante e sciolto, nel flusso a raggi gamma dei pensieri e delle passioni, Luna di Lenni è un romanzo di albe meccaniche e lune madri sempre affezionate. Verista di paroloni vista tangenziale est, di miccette, Motorhead e tram dai lacci all’idrogeno, di padri imborghesiti del ’68 che adesso portano al guinzaglio un terrier che hanno chiamato Fioccodineve. Roma con l’autobus che solo così la vedi vera veramente, l’ansia di misurarti con lo spazio intorno e l’indignazione per la deriva della natura minacciata dall’invasione elettromagnetica. Nel verace trip linguistico che parla l’oralità e il volto multiforme della realtà che vive e descrive, si mescolano cialtroni, pischelli, poliziotti del meridione, poeti per caso, il romanesco dialettale dei pensionati, linguaggio della contestazione e un mare di confidenze lunari.

Luna di Lenni
Autore: Emanuele Berardi
Casa Editrice: Round Robin Editrice, 2011
Pagine: 232
Prezzo: 13,00 €

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Category: Libri, Roma

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