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Quando è soltanto l’amore a non avere fine

28 maggio 2012 | By More
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Silent Soul (Recensione) di M. Ponte

Presentato in concorso alla 67° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dove si è aggiudicato il Premio Fipresci e il Premio Osella per il Miglior Contributo Tecnico alla Fotografia, vincitore dei Nika Awards per la Migliore Sceneggiatura e Miglior Colonna Sonora e del Mar De Plata film festival per la Migliore Sceneggiatura e Miglior Regia, Silent Souls è un film semplicemente meraviglioso. Non si vogliono copiare le parole che ha usato Quentin Tarantino quando ha parlato di questo film, ma è difficile trovarne delle altre che possano descriverlo meglio di quelle espresse dal noto regista americano. La pellicola di Fedorchenko ha creato un piccolo capolavoro, perfetto in tutte le sue forme e colori. Profondo, vero, poetico, ricco di quelle luci e ombre che solo la poesia sa dare, Silent Souls è  un film che va visto e ascoltato con attenzione, per non perderne il minimo dettaglio. Arrivato nelle sale italiane lo scorso 25 Maggio, pochi giorni della sua uscita è stato presentato al Centro Russo di Scienza e Cultura dove è intervenuto il regista russo che ha rilasciato una lunga intervista.

“La storia – racconta Fedorchenko – vede il contributo alla sceneggiatura dell’amico scrittore Denis Osokin. The Buntings, titolo originale del romanzo di Aist Sergeyev è stato scritto nel 2006, ma ci abbiamo messo tre anni per trovare i soldi per realizzarlo. L’idea venne a Denis quando in un mercato vide due uccellini in gabbia. Non li comprò, ma fu lì che decise di scriverci su una storia. I due zigoli sono anch’essi protagonisti perché accompagnano simbolicamente e concretamente il viaggio dei due amici Aist  e Miron  che celebrano il rituale funebre di Tanya, moglie di quest’ultimo“.

Sul popolo dei Merja, la cui storia è tema portante dell’intero film, racconta:

“Il popolo dei Merja era equiparato ai russi e slavi. Vivevano nella regione del Volga e ancora nel XV secolo erano al servizio dei signori del luogo; nel XVI secolo è morta l’ultima persona che parlava la loro lingua. Questo film è stata per me l’occasione di avvicinare riti, culture e un mondo che ci cammina accanto, ma lontano dal nostro. Ha intrigato il mio occhio di documentarista e di persona che ama raccontare cose agli adulti, ma non può essere la storia di un popolo di cui è rimasta solo qualche denominazione geografica; mi piace più pensare che sia un film pagano con una matrice cristiana. Ogni religione è magnifica nel suo far riferimento all’amore ed è questa la sua universalità. Ho ricevuto premi da un’associazione cattolica italiana e ad Abu Dhabi a dimostrazione che la religione non è importante. Durante la presentazione di un festival americano mi si è avvicinato un indiano dicendo che il film parla di una cultura che lo riguarda da molto vicino, e lo stesso un operatore catalano a Venezia. E’ quello che mi piace di più del film che può parlare qualunque altra lingua“.

 

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Category: Costume

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